Martin Scorsese – Taxi driver

Taxi driver è un film che nasce da una doppia crisi, profondissima. Nel 1976, l’America è da poco uscita dal pantano del Vietnam, e solo allora Hollywood comincia a raccontare i guasti esterni ed interni dell’ennesima guerra. Non solo, la crisi economica morde, e New York, la metropoli che fa da sfondo (neanche tanto) alla follia di Travis Bickle, è tra le città USA più colpite: sempre nel 1976, la disoccupazione è all’11,2% (nel 1968 era poco sopra il 3), con tutte le tensioni sociali e razziali che ne conseguono. Taxi driver, però, non è solo questo: la sua statura di capolavoro nasce anche dal cortocircuito tra Martin Scorsese, figlio di immigrati italiani, dedicatosi al cinema per sfuggire (parole sue) a un destino di “gangster o prete”, e Paul Schrader, sceneggiatore di vedute europee ed esistenzialiste.

Non a caso, è La nausea di Sartre la fonte d’ispirazione per il copione. Protagonista, appunto, Bickle, un reduce del Vietnam paranoico e alienato. Incapace di reinserirsi nella società (e di dormire), trascorre le notte tra il nuovo lavoro di tassista e i film porno. Un giorno Travis incontra Betsy, attivista della campagna elettorale per Charles Palantine. I due escono, ma l’appuntamento non fila liscio: Bickle, completamente disadattato, porta la donna in un cinema a luci rosse, e quasi non capisce quando questa gli dice di non volerlo vedere più.  L’equilibrio di Travis è instabile: novello Ulisse, vaga per una città in preda a squallore, violenza, depravazione. Il suo istinto di giustiziere scatta dopo aver conosciuto Iris, una giovane prostituta: Bickle si convince di dover eliminare Palantine, che nella sua visione distorta condensa tutti i mali dell’America.

Nei panni di Travis c’è Robert De Niro, ed è una delle ragioni della grandezza di Taxi driver. Fisico smagrito e taglio alla moicana, l’attore si identifica (al solito) completamente con il suo personaggio, arrivando persino ad esercitare il mestiere di tassista nei weekend. Sua è anche una delle battute più memorabili del cinema, quell’«are you talking to me?» che pronuncia fissandosi in uno specchio, mentre si esercita ad estrarre velocemente una pistola. È una scena che esemplifica alla perfezione la disperata solitudine e la follia di Bickle: tutto Taxi driver, in questo senso, può essere visto come un lungo monologo allucinato del suo protagonista.

Bickle alla fine non uccide Palantine (non ci riesce), ma in compenso fa fuori il pappone di Iris e il proprietario della stamberga in cui la tredicenne (interpretata da Jodie Foster) si prostituisce. Il gesto vale a Bickle gli onori di stampa e tv, che lo acclamano come un eroe. Su questa nota beffarda e polemica termina il film, mirabile compendio di realismo da strada e espressionismo allucinato: Travis è sempre in giro sul suo taxi, e lo sguardo riflesso nello specchietto retrovisore ci dice che una nuova esplosione di rabbia è solo questione di tempo.

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