David Lynch – Strade perdute

Mattino. Fred Madison è sveglio, sigaretta accesa, l’aria di chi ha trascorso la notte insonne. Suona il citofono, risponde. «Dick Laurent è morto» annuncia una voce dall’altro capo dell’apparecchio. È da questa semplice frase che prende le mosse Strade perdute, il settimo lungometraggio di David Lynch, ma tanto basta a definire la struttura dell’intera pellicola. Perché al citofono, in quella mattinata grigia, c’è lo stesso Fred Madison. Un anello di Möebius, una figurazione paradossale, che aspira a prolungarsi all’infinito: ecco a cosa assomiglia Strade perdute.

Ricostruita, la vicenda suona più o meno così. Fred, un musicista jazz, uccide la moglie, Renee, in preda alla gelosia. Viene condannato: in cella, dopo una notte di atroci dolori alla testa, si risveglia come Pete, un meccanico col vizio delle belle donne. Pete se la fa con Alice, che è identica a Renee, non fosse per i capelli biondi. La donna è la compagna di un boss (un certo Dick Laurent…) il quale, intuito il tradimento, mette alla calcagna di Pete un raggelante sicario, Mistery Man. I due amanti decidono di fuggire: prima, però, rapinano un amico di lei. Raggiunta una casa in mezzo al deserto (ci vive un ricettatore), Pete ed Alice fanno l’amore, ma al risveglio c’è di nuovo Fred al posto di Pete…

Strade perdute è un film sul desiderio inevaso e sclerotizzato in un ripensarsi ossessivo, sulle soglie da attraversare, sul mancato riconoscimento di sé dinanzi a certi specchi oscuri che s’incontrano nei corridoi di case senza una geometria plausibile, perché edificate ai confini di un buco nero. Lynch getta uno sguardo dall’altro lato, “oltre”: durante la fatidica notte in cella, la telecamera s’immerge nella ferita pulsante delle carni di Fred, la cui testa letteralmente esplode per far sbocciare la seconda parte del film, quella incentrata su Pete. È un voler guardare/andare oltre, anche i limiti di genere: il regista si tuffa nella materia pulsante dell’immaginario noir e lo decostruisce, ricavandone una carrellata straniante di femme fatale, auto fiammanti, gangster della paternale facile, poliziotti mangiaciambelle, sporcizia e sudiciume ovunque.

Fred desidera (Renee, ma è impotente); Pete desidera (Alice, ma «non mi avrai mai», gli sussurra lei in un orecchio); Dick desidera (sesso e potere); persino Mistery Man desidera (la videocamera che brandisce come un’arma, affamato di immagini). E, ovviamente, desidera anche Lynch. Cosa? L’Infinito che è dentro di noi, e che assume le sembianze di un capanno nel deserto che bruciava, brucia e brucerà per sempre. O di una linea di mezzeria che scorre a velocità folle, come la pellicola sulla bobina di un proiettore…

 

 

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