Miracoli del web, che crea connessioni impensabili, supera le distanze geografiche e temporali, colma vuoti di memoria collettiva spiacevoli prima che pericolosi, perché se gli occhi puntano irrimediabilmente al futuro, non per questo val la pena smarrire il (senso del) passato. Prima dello scorso 2 luglio, Vittorio Camardese non lo conosceva nessuno: e l’uso del termine “nessuno”, pur se errato, non è casuale. In tempi di società mediatizzata, live streaming “totali” e informazioni scaricate in un battito di ciglia, sembra persino incomprensibile che (r)esistano volti e storie ancora confinati nell’ambito di un culto orale, basato esclusivamente sul contatto e l’interazione diretti, e dunque tutti da scoprire.
Camardese, prodigio “dilettante” della chitarra (di professione faceva il radiologo), animatore delle serate al Music Inn e al Folk Studio di Roma, scomparso tre primavere fa a 81 anni, negli ambienti musicali della capitale era arcinoto. Tuttavia, malgrado avesse suonato con gente del calibro di Stéphane Grappelli o Chet Baker (di cui era amico), a causa del suo rifiuto di incidere dischi (pensava non rendesse giustizia al suo sound), poco del lavoro di Camardese e della sua straordinaria qualità aveva superato sinora le sponde del Tevere. Ci è voluto, il 2 luglio scorso appunto, giorno dell’anniversario della sua morte, un video diffuso su Youtube da Roberto Angelini, figlio acquisito di Camardese, per sollevare un vero e proprio caso: nella clip, un frammento dalla trasmissione Rai “Chitarra amore mio” del 1965, Camardese dà prova della sua straordinaria tecnica chitarristica, basata sull’utilizzo combinato delle due mani sulla tastiera dello strumento. Praticamente quella che negli anni ’70-‘80, grazie all’attività di Steve Hackett dei Genesis e soprattutto di Eddie Van Halen, avrebbe definitivamente preso il nome di “tapping” e influenzato generazioni intere di guitar hero.
Roba, insomma, da riaggiornare le pagine di Wikipedia (cosa prontamente fatta) e riscrivere i libri. Perché magari Camardese non ha inventato il tapping, ma certo la sua è la prima testimonianza di tapping chitarristico “formato” immortalata in video. Da qui una buona parte del successo del filmato, che in soli tre giorni ha superato quota 55 mila visualizzazioni (sul solo canale di Angelini: il video è stato poi ripubblicato da altri utenti), anche grazie all’incredibile aiuto di alcuni testimonial di eccezione, come Joe Satriani e Brian May. Tramite Twitter, è facile ricostruire (almeno in parte) la catena: Guthrie Govan (chitarrista degli Asia) ha mandato il video a Satriani, e questi l’ha girato a Brian May e a Steve Lukather dei Toto. Unanime il giudizio dei maestri: brillante. Il che, inevitabilmente, ha scatenato entusiasmi e alimentato una vena beffarda con tanto di spernacchiamenti a Van Halen non solo italiani, a dire il vero.
This comes to me via master guitarist Guthrie Govan, enjoy: http://t.co/bZJEsUUKs5
— Joe Satriani (@chickenfootjoe) 6 Luglio 2013
Joe Satriani sent me this – MAGIC starts at 1.30 and continues ! Incredible playing ! http://t.co/BQ0w0OZ4gU Bri
— Dr. Brian May (@DrBrianMay) 5 Luglio 2013
A giudicare dai commenti sulla pagina Facebook ufficiale (gestita dagli eredi) e sulle bacheche di Youtube, Camardese insomma è riuscito, suo malgrado, in un paio di miracoli: dimostrare con assoluta limpidezza che la rete può effettivamente funzionare come mezzo di diffusione rapida di conoscenze e meraviglia, e avvicinare generazioni diverse (e variamente sparse nel mondo) di musicisti, appassionati e non, uniti da questi cinque incantevoli minuti di video che provengono letteralmente da un’altra Italia. Il bianco e nero delle immagini, la voce impostata di un presentatore d’eccezione (il grande Arnoldo Foà, a sua volta estasiato dalla performance), la gentilezza di Camardese: tutto fissa in maniera esemplare le coordinate di un mondo che non c’è più, senza però scadere nella retorica della nostalgia. E il merito è proprio di Camardese: la sua presenza “scivola” sullo schermo come le sue dita sul manico della chitarra, con una scioltezza impressionante. Eppure, come quelle dita, ha una forza gentile, una fermezza che cattura in modo impercettibile. Davanti alla telecamera, Camardese fa quello che sa: suona. Non è in soggezione, e a un Foà sinceramente impressionato che gli dice che magari questa nuova tecnica la insegnerà “a tutto il mondo”, lui replica schermendosi con un disarmante “dice? È troppo per me”.
E poi c’è il sound: un mambo prima, un jazz poi (lo standard All of me), vibranti, pieni di percussioni e bassi rotondi, con l’armonia e la melodia fuse indissolubilmente e, nel secondo brano, tenute insieme dal gesto delle “corna”, che instaura una bella dialettica tra solismo e accompagnamento. Pioniere di uno stile nuovo e soprattutto personale, Camardese fa cose difficilissime, tanto più perché, per l’epoca, impensabili (o scarsamente pensate), ma le fa sembrare le più naturali del mondo. Soprattutto, questi cinque minuti danno l’impressione di non esaurire mai completamente le cose che hanno da dire: ad ogni ascolto svelano qualcosa in più e nascondono qualcos’altro, come per un riflesso di pudore, lo stesso che, dopo qualche altra apparizione tv (nel 1973 e nel 1978, con Renzo Arbore, di cui divenne amico), spinse Camardese a rinunciare definitivamente al piccolo schermo.
Guardando la clip che Angelini ha meritoriamente riportato alla luce (tramite un amico che lavora alla Rai), non viene dunque in mente il rimpianto inautentico per un tempo che non c’è più: piuttosto, la visione sprigiona la magia dell’evento unico, della performance preziosa e “irripetibile” – a dimostrazione di come, pure nell’epoca della riproducibilità tecnica, l’arte (quella vera) non perda l’aura, ma addirittura ne trovi una (nuova). Ecco forse la vera ragione del suo successo: il video di Camardese è un’autentica scoperta. Cliccare “play” è come fare un salto in una terra di espressività ancora inesplorata, ed è così ad ogni visione.
