Che Electric, il nuovo disco dei Pet Shop Boys, arrivi nei negozi il 15 luglio non è, ovviamente, un caso. Perché è un album vivo, vibrante, solare, dentro ci senti l’estate, e persino i richiami (evidenti) alla storia del duo britannico non sfociano nell’autoindulgenza. Rispetto al predecessore, Elysium (2012), Electric è un disco con più mordente: al di là dei beat più serrati e della maggiore propensione techno-house, è semplicemente più ispirato. Evidentemente, a tutto questo non può essere estraneo il cambio di etichetta, che ha portato negli scorsi mesi Neil Tennant e Chris Lowe ad abbandonare, dopo 28 anni, la fidata Parlophone per abbracciare l’indie label Kobalt.
Nel complesso, dunque, un cambio di passo che riporta un po’ di vigore alle consuete impalcature groovy e stratificate del duo, al solito impegnato a districarsi tra bagliori notturni, edonismo e cuori infranti. La ricetta, insomma, è completa e servita con innegabile lucidità, inaugurata dal gustoso antipasto di Axis, uno strumentale dal gusto cinematico, tra vocals manipolate (l’unico verso è un “electric energy” ripetuto come un mantra robotico), pulsazioni disco e fraseggi sinistri di tastiere. E a proposito di cinema: Love is a brougeois construct rispolvera un sample di Chasing sheep is best left to shepherds di Michael Nyman (dalla soundtrack de Il mistero dei giardini di Compton House, di Peter Greenaway) e ci ricorda come sia possibile muoversi lungo il crinale che separa il kitsch dal sublime senza cascare tra le braccia di nessuno dei due.
Bolshy e Flourescent attingono brillantemente alla house, alla techno e al minimalismo, rilucono di neon e decadenza (nella seconda Tennant canta: «at midnight / it’s time for business, every scandal has its price»), mentre Shouting in the evening alterna con sagacia arpeggi interlocutori e martellamenti ritmici. Le trame e le costruzioni saranno pure scontate (incluso il rap di Example in Thrursday), ma le melodie sono killer. Anche quelle altrui, vedi la cover della springsteeniana The last do die, trasformata in un malinconico e scintillante anthem in 4/4.
La funky Inside a dream (che in ossequio al titolo apre con una serie di liquidi fraseggi di organo) e l’orgogliosa rivendicazione del potere del pop di Vocal aggiungono qualche spezia in più ad un album che segna il ritorno alla forma ottimale per i Pet Shop Boys. Che avranno pure 59 (Tennant) e 54 (Lowe) anni, ma sanno ancora come far ballare con intelligenza.
