Clint Eastwood – Mystic river

Un viaggio nel cuore dolente dell’America: con Mystic river, Clint Eastwood si conferma cineasta del “dark side” degli USA, pronto a mostrare il rovescio della medaglia anche di una delle città più avanzate del Paese, Boston.

La capitale del Massachussets, con i suoi quartieri Flats e Point, popolati da immigrati irlandesi, è al centro di una moderna tragedia americana, che prende il nome dal nome del fiume (il Mystic) che l’attraversa. In un microcosmo bloccato e irreale, a distanza di 25 anni l’uno dall’altro, si consumano due storie di ordinaria violenza. Nel 1975, Dave, che sta giocando con i suoi amici Jimmy e Sean, viene rapito e stuprato da due uomini che si fingono poliziotti. Nel 2000, è la figlia di Jimmy (Sean Penn), ex detenuto che oggi gestisce una bottega, ad essere rapita: la ragazza viene trovata brutalmente assassinata. Combinazione, il poliziotto incaricato delle indagini è Sean (Kevin Bacon), mentre in cima alla lista di sospettati ci finisce Dave (Tim Robbins), che la sera della morte di Katie era tornato a casa, dalla moglie, tutto coperto di sangue (un aggressione in un parcheggio, a sentir lui).

Eastwood tratteggia una parabola che ha al centro il tema dell’infanzia violata e della perdita dell’innocenza, ma di un paese intero. È una storia di adulti e padri crudeli, e di madri deboli, di dolori e sensi di colpa che non si rimarginano e annullano il confine tra vittime e carnefici. Jimmy sente, oscuramente, di aver “contribuito” alla morte della figlia, ma cerca vendetta. E individua il suo colpevole, quel Dave che, con i tragici eventi di 25 anni prima, rappresenta una sorta di buco nero intorno a cui hanno orbitato tutta la sua esistenza e quella di Jimmy. «A volte penso che ci siamo saliti tutti e tre insieme in quella macchina», dice Bacon a Penn, alludendo al rapimento del compagno: «siamo ancora ragazzini di 11 anni chiusi in una cantina a immaginare come sarebbe stata la nostra vita se fossimo scappati». Magari tutto ciò che gli è capitato è un sogno.

Ovviamente no, ma Mystic river non rinuncia comunque a iniettare in un’ambientazione realistica elementi spettrali. Eastwood racconta una Boston periferica, un microcosmo sclerotizzato nell’eterno gioco della colpa e della (impossibile) redenzione, dall’alto valore simbolico, saldando in maniera perfetta una tragedia personale allo smarrimento di un’intera nazione, tradita dai suoi padri e in preda ad un autentico naufragio morale.

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