Out Cold – Invasion of love

Chissà se ve li ricordate i Cherry Ghost. Probabile di no: People help the people e Kissing stranger erano singoli raffinati, un po’ malinconici un po’ languidi, soprattutto molto brit, ma alla fine non così brillanti da lasciare il segno. Anche i due dischi, Thirst for romance (2007) e Beneath this burning shoreline (2010): ben costruiti, ma la zampata definitiva, il colpo del k.o., non arrivava. Il che fondamentalmente è anche un po’ il problema di Out Cold, il progetto solista del frontman della band, Simon Aldred.

Malgrado sia variata la matrice da elettrico-acustica ad elettronica, la musica del songwriter britannico continua a soffrire di una fondamentale incapacità di incidere realmente. In questo debutto, Invasion of love, c’è l’amore, la malinconia, la scoperta della propria omosessualità; ci sono, soprattutto, i suoni, curatissimi (Ash Workman, il produttore dei Metronomy), che strizzano l’occhio all’electro pop anni ’80. Manca però la giusta dose di ruffianaggine, la melodia o il refrain killer, anche se il risultato è sicuramente piacevole.

Gli arrangiamenti, stratificati, puntano su beat da ballo (lento) e tastiere minimaliste tra il grumoso (All I want) e il luccicoso (Murder black corvette), con l’ausilio di qualche chitarra (Fingers through the glass) e qualche spruzzata d’archi, che rimpolpano il tono tra il languido e il romantico che permea tutte le tracce. Ovviamente, l’implicito è un effetto nostalgia che, tuttavia, non rovina la festa: i riferimenti agli anni ’80, dicevamo prima, sono espliciti, ma Workman è bravo a non calcare la mano, così come Aldred, interprete e compositore asciutto ed essenziale. Evidente, in Invasion of love, anche una matrice soul, che traspare sia nei passaggi più contemplativi (la raffinata Shoulder to shoulder) che in quelli più orientati al dancefloor (Synchronised).

L’album ha dalla sua un’impalpabilità, una specie di malinconia che gli sottrae fisicità: da qui la sua suggestione, a conti fatti però decisamente maggiore della carne che mette a fuoco. Se l’intento di Aldred era quello di regalare una collection di brani raffinati senza essere autoindulgenti, c’è riuscito. Se l’obbiettivo era quello di dire la sua sul pop elettronico in voga oggi, il risultato è meno brillante (per esempio rispetto proprio ad album come English riviera dei Metronomy). Soprattutto, Invasion of love sembra relegare il songwriter britannico nella sgradevole lista degli eterni secondi, prima che dei fenomeni “cult”.

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