Dimenticate La notte dei morti viventi (1968): lì gli zombi erano lenti, impacciati, sub-forme di vita terribili e carnivore, certo, ma che mai sarebbero state in grado di scalare pareti o abbattere elicotteri, figurarsi rovesciare governi. Dimenticate anche la politica: George Romero, con quel film, raccontava la società di massa/consumistica, l’America del Vietnam, cantava la morte dell’utopia hippie e l’instaurarsi di uno stato di polizia reazionario. World war Z da tutto questo si tiene distante mille miglia, con il suo profluvio di zombie velocissimi e l’epica retorica. Del resto, come potrebbe essere altrimenti? Il regista è il Marc Forster di Quantum of solace, e il protagonista (nonché coproduttore) è Brad Pitt, che non regala un ruolo torbido e problematico da tanto tempo, ormai.
E dunque ecco un film testosteronico, che peraltro ha pure poco dell’horror. Certo, si parla di morti viventi, ma è la dinamica action ad interessare maggiormente il copione, scritto da Damon Lindelof, Matthew Michael Carnahan e Drew Goddard. Quindi niente (o quasi) interminabili assedi claustrofobici in piccoli spazi chiusi: prevalgono voli d’aereo, città nel caos, panorami riempiti di cadaveri, con il buon Pitt a cercare di capire come arginare il virus che rischia di trasformare la società e il mondo come lo conosciamo in un colabrodo, minacciando anche la sua famiglia – il nostro è padre e marito amorevole, come da tradizione dell’eroe senza macchia e senza paura. Ex funzionario delle Nazioni Unite, Pitt/Gerry Lane viene richiamato in servizio per fronteggiare la terribile pandemia che inietta rabbia e desiderio di carne umana nelle vene delle sue vittime. Rispetto al romanzo di Max Brooks (figlio del grande Mel di Frankenstein junior) da cui è tratto, La guerra mondiale degli zombi (edito da Cooper), il film elimina non solo l’elemento di critica sociopolitica ma anche l’avvincente costruzione polifonica (mutuata da Studs Terkel e dal suo The good war), che ricostruiva attraverso varie testimonianze la guerra agli zombi. Il risultato è più simile in effetti a un Resident evil che a un 28 giorni dopo (che ha ben altro spessore visionario e verve polemica).
World war Z è perciò un film generalista, fatto non per gli amanti del genere ma per attirare un pubblico il più vasto possibile con i suoi cliché hollywoodiani, le banalizzazioni geopolitiche (vedi la parte su Israele), il mix di sentimento e spettacolarità. Un giocattolone senza personalità che spreca buoni spunti a ripetizione preferendo concentrarsi sul volto e la presenza scenica (indubbiamente efficace ma mai veramente memorabile) di Pitt. Il finale aperto (e il successo al botteghino…) rendono molto probabile un seguito (già se ne parla).
