Sidney Lumet – La parola ai giurati

C’è una scena, ne La parola ai giurati, che forse più di altre (persino più del drammatico monologo finale di Lee J. Cobb), esemplifica lo spirito del film e insieme la straordinaria forza espressiva di Sidney Lumet. È la scena nella quale, uno ad uno, i giurati chiamati a decidere su un caso di parricidio da parte di un diciottenne di umili origini (e con dei precedenti penali), si alzano dal tavolo e “isolano”, fisicamente e moralmente, un collega, lanciatosi in un’arringa razzista.

“Quella gente mente istintivamente”, “sono bestie”, “la vita umana per loro non ha il valore che ha per noi”, e via così, di stereotipo in stereotipo. Ma il giurato numero 10 finisce ben presto inascoltato. La scena si sviluppa in maniera semplice: una carrellata all’indietro e gli altri giudici popolari che rimangono immobili in penombra, nell’attesa che il vaneggiamento dell’anziano proprietario di un’autorimessa termini. Semplice (in apparenza) ma dalla forte tensione drammatica, come tutto il film.

Sidney Lumet veniva dalla televisione. Per il suo esordio cinematografico, aveva scelto proprio un testo scritto per il piccolo schermo, 12 angry men, di Reginald Rose. Eppure, La parola ai giurati non ha nulla della prevedibile piattezza dei prodotti per la tv. Anche qui, si tratta di affrontare e combattere un pregiudizio: come i giurati, sotto la guida del numero 8 (Henry Fonda), modificano da “colpevole” ad “innocente” un verdetto che sembrava scontato, allo stesso modo Lumet mostra che in economia di mezzi (il film fu girato in un paio di settimane, praticamente in un’unica stanza) e con un sapiente uso di totali e primi piani (l’abc della grammatica filmica), tenendo insomma a mente le regole della fiction tv, si può fare anche del grandissimo cinema. Con un’innegabile valore etico, di metodo, peraltro.

Al di là delle prese di posizione liberal che sottendono tutto il film (il personaggio di Fonda è un progressista), La parola ai giurati sottolinea soprattutto l’importanza del dubbio. Con l’arte del ragionamento e della logica, le sottigliezze psicologiche e l’inflessibilità contagiosa della sua morale, Fonda scardina le tesi accusatorie e fa breccia nelle certezze monolitiche dei colleghi giurati. Anche in quelle di Lee J. Cobb, uno dei più ostinati: nel succitato (splendido) monologo, il giurato numero 3 racconta di essere stato abbandonato dal figlio. Da qui la sua acredine, personale, per l’accusato diciottenne. L’ammissione, però, ha l’effetto di spingerlo a cambiare il voto.

Il dubbio, insomma, è difficile, costa, ma quando entra in circolo è un processo irreversibile. Di questo racconta La parola ai giurati, con una concisione, un’intelligenza e un gusto visivo ancora oggi difficile da eguagliare.

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