Robert Pollard – Honey locust honky tonk

Per tener testa a Robert Pollard ci vuole un pallottoliere. Con i suoi Guided by Voices ha pubblicato solo negli ultimi 18 mesi ben quattro LP ed un EP. Neppure da solista è stato a guardare: due release nel 2012 e con Honey locust honky tonk ha battezzato il suo 2013. Complessivamente, fanno 38. Pollard, insomma, è uno che di cose da dire ne ha tante, e però le dice in modo conciso: i suoi dischi macinano melodie ed accordi in uno spazio esiguo (mezz’ora, quaranta minuti) in rapporto a tracklist che invece superano spesso i quindici pezzi. La sua è all’apparenza un’arte frammentaria, anti-spettacolare, che fa della scintilla creativa, dell’abbozzo, il proprio marchio di fabbrica. In realtà, Pollard è molto meno naïf di quanto non voglia far credere, e anche se il suo sound è sgranato, ruvido, malfermo, in ossequio alla psichedelica “malata” di Syd Barrett e all’alternative rock anni ’90, non si può certo paragonarlo a un Daniel Johnston qualsiasi.

Pollard, insomma, è uno che sa il fatto suo, e quando declina le sue “four Ps” – pop, punk, psych e prog -, lo fa come tanti altri emuli possono soltanto sognare. Da questo punto di vista, pur se sostanzialmente affine alla sua produzione passata, Honey locust honky tonk riesce a mantenere una freschezza niente male. Le tracce superano raramente i tre minuti (solo Airs, 3′ e 35”), e non mancano le schegge da poco meno di sessanta secondi: l’impressione, tuttavia, è distante dall’autoindulgenza capricciosa. Pollard sparge ai quattro venti le sue bizzarre fantasie divertendosi, ma con un senso del limite tutto personale. Ecco perché anche un frammento come la loureediana I have to drink (43 secondi) ha un senso compiuto e non suona irritante.

Honey locust honky tonk è un disco tipicamente pollardiano in tutti i sensi: dentro ci senti l’America dei R.E.M. (I killed a man who looks like you) e David Bowie (It disappears in the least likely), l’hard rock (Flash Gordon style – che nel titolo paga un altro dazio, all’immaginario sci-fi di serie b caro al songwriter), la psichedelia acida degli anni ’60 (Here yes play tricks on the camer) e il folk acustico (Circus green machine). Tutto l’LP ruota intorno alla forma canzone: se Igoo hearts la sfida e la sfilaccia progressivamente, con batteria, basso e chitarra che vanno ognuno per conto proprio, Who buries the undertaker (la regina delle domande oziose: “chi seppellisce il becchino”) la rispetta più di altre, ponendosi come il pezzo più strutturato del lotto.

Honey locust honky tonk insomma è un altro saggio del songwriting brillante di Pollard. Certo, non offre molto alla novità, ma è il personaggio, e non possiamo farci nulla. Finché i risultati saranno questi, comunque, ha ragione lui.

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