Surf City – We knew it was not going to be like these

We knew it was not going to be like these: le note stampa ci dicono che il titolo del nuovo disco dei Surf City deriva dal frammento di una conversazione che il frontman, Davin Stoddard, ha causalmente captato mentre si trovava in un affollato bar. In Sud Corea. E cosa ci era andato a fare in Sud Corea Stoddard, che è neozelandese? Ad insegnare inglese, ennesima tappa di un viaggio che, dopo il tour seguito alla pubblicazione di Kudos (2010), lo ha portato letteralmente ai quattro angoli del mondo. Anche a New York, cui ha dedicato il brano omonimo di questo disco e dalla quale è fuggito perché non la sentiva casa sua. Tutto We knew it was not going to be like these risente di quest’umore inquieto, malinconico, insicuro. I suoi ambienti sono gli autobus, le metro, gli aeroporti, i tipici non luoghi del viaggiatore, che Stoddard frequentava ben equipaggiato: negli auricolari, i maestri, Dylan, Cohen, Walker.

Il risultato è un album che, come il predecessore, gioca con la psichedelia in maniera intrigante, puntando su un minimalismo snervante il quale, tuttavia, anche nei momenti più articolati (i quasi nove minuti di What gets me by) sembra non voler mai rinunciare alla sua essenza “pop”. I bassi sono post-punk (It’s a common life), le chitarre alternano strumming ruvidi ad arpeggi aciduli (No place to go); ci sono i coretti, ma sono spettrali (NYC), ed anche se tutto è sghembo e sgranato, la forma canzone è salva (I had the starring role), così come il gusto per la cantabilità. We knew it was not going to be like these paga il suo tributo più esplicito in I want you, a Pixies e Velvet Underground. Per il resto, però, ha una sua identità discretamente definita, soprattutto quando, come in Claims of a galactic medium o Oceanic fraphs of the wilderness, esaspera il concetto di fondo che gli fa da base, cioè la filastrocca ossessiva, tutta giocata sulla ripetizione.

We knew it was not going to be like these pesca insomma un po’ di trucchi dal krautrock e dall’indie anni ’90, ma non suona mai forzatamente vintage, ha una sua naturalezza, una scioltezza impressa tra le trame strumentali e il cantato anemico di Stoddard che evita l’effetto vintage, sulla carta più che massiccio. È insomma un bell’esempio di come, pur senza strafare, si possa regalare una mezz’oretta d’ascolto piacevole, lontana dalle vette dei maestri ma anche dallo sterile citazionismo di molti colleghi.

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