Biondissimo, ventenne, aria da adolescente ma sangue buckleyiano (versante Jeff) nelle vene: è Tom Odell, il nuovo fenomeno del pop britannico. Il suo debutto, Long way down, è uscito direttamente per Columbia e senza colpo ferire ha polverizzato il povero Yeezus di Kanye West, piazzandosi in testa alle chart. Al suo attivo, Odell ha pochissimo, un EP (Songs from another love, 2012): quella di ascoltatori e label, dunque, è una scommessa (che i numeri per ora dicono vinta) sulle belle speranze del nostro, piuttosto che una riflessione scaturita dalla qualità del curriculum, che Odell, evidentemente, non ha.
Quello che Odell ha, però, è sicuramente la percezione del passato, ovvero la consapevolezza di quello che è stato il brit-rock, e le nozioni di base per fendere il presente con efficacia. Nella sua scrittura, non particolarmente originale, non particolarmente brillante, neppure particolarmente ruffiana, ma sicuramente gradevole, affiorano Elton John, Chris Martin e i Mumford & Sons. Dal primo, prende certi fraseggi di piano (Grow old with me, che strizza l’occhio a Tiny dancer), dagli altri due quel gusto tra il romantico e l’epico (Sirens) un po’ troppo bombastico, e certamente non sempre necessario. Altri riferimenti sono Bowie (la melodrammatica Hold me), i Keane (I know), ma è quando l’ispirazione vira in direzione Jeff Buckley che le cose si fanno forse più interessanti: Sense, ad esempio, abbassa i volumi, punta su linee di piano essenziali appena corroborate da cori “neri”, e vince la sua scommessa al lume di candela.
Da quei paraggi viene anche Can’t pretend, che però s’ingrossa, cresce, trova una sintesi tra lo struggimento romantico e il mood arrembante da arena rock. Tuttavia, la distanza con brani più delicati come Supposed to be non è poi molta. In questo forse sta la forza del debutto di Odell, nella scioltezza con cui declina i propri stereotipi romantici, nel suo ammiccare costantemente alla tradizione più per instaurare una forma di contatto con chi ascolta che per esaurire nell’alveo citazionista il suo potenziale. Long way down, insomma, cerca di essere riconoscibile (etichettabile) perché non vuole strafare, ha ancora paura di scoprire troppo il fianco e di mostrare le sue debolezze (e ce ne sono, altrochè). Tuttavia, sotto la scorza stereotipata, lascia intravedere delle intriganti possibilità future. Odell, insomma, è ancora tutto da costruire. Diamogli tempo, se non ha fretta di crescere, si farà.
