John Landis – The Blues Brothers

Sono “in missione per conto di Dio”, Jake e Elwood, i Blues Brothers. L’orfanotrofio nel quale sono cresciuti rischia di chiedere i battenti se entro pochi giorni non troveranno 5.000 dollari da versare al fisco. Ma come possono due avanzi di galera (uno, Jake, appena uscito) che girano su una vecchia auto della polizia comprata all’asta per due soldi, racimolare 5.000 dollari? L’illuminazione arriva dopo una visita in chiesa: riformare la vecchia band di rhythm’n’blues.

Lo spunto alla base del film di John Landis è semplice, addirittura banale. Meno, molto meno, lo svolgimento. Surreale e imprevedibile, The Blues Brothers è un fuoco d’artificio tra il demenziale e il surreale. In cui, ovviamente, la parte da leone la fanno loro due, Jake (John Belushi) e Jake (Dan Aykroyd): completo nero, cappello, occhiali da vista, a distanza di trent’anni sono ancora icone di una comicità sgangherata e laconica al tempo stesso, nient’affatto volgare. La sceneggiatura del film, scritta a quattro mani da Landis e Aykroyd, si basa su uno sketch che quest’ultimo e il compagno avevano allestito a metà degli anni ’70 per il Saturday Night Live, all’epoca vera fucina di talenti (Bill Murray, Eddie Murphy e Chevy Chase passarono di lì). Belushi e Landis, inoltre, avevano girato nel 1978 Animal house, facendo il botto. Eppure, all’inizio The Blues Brothers stentò nei cinema, gli ci volle un po’ per sfondare.

Probabilmente perché l’immaginario musicale cui faceva riferimento non era esattamente di moda in quegli anni. Il blues, il rhythm’n’blues, il soul, erano stati messi in crisi dal punk, dall’heavy metal, dalla disco music, dalle prime propaggini del pop elettronico. I vari James Brown, Aretha Franklin, Cab Calloway, Ray Charles e John Lee Hooker, cui Landis assegnò delle gustose particine nel film, avevano passato da un pezzo l’apice della loro popolarità. Tuttavia, l’irresistibile verve di Belushi e Aykroyd, la brillantezza dei numeri musicali e delle gag (l’“illuminazione” in chiesa, i “Nazisti dell’Illinois”, giusto per citarne un paio), colmarono il gap generazionale e spinsero di nuovo sotto i riflettori i classici del genere, tra cui l’indimenticabile Everyboydy needs somebody to love di Solomon Burke, praticamente l’inno dei due protagonisti.

Il segreto di The Blues Brothers, però, è un altro: è il suo essere irrimediabilmente un film figlio del suo tempo, ovvero il prodotto di una generazione di cineasti hollywoodiani che non aveva paura di infrangere i confini tra i generi (commedia, action, musical), di giocare con le citazioni, di mescolare alto e basso e, nello specifico, di sporcarsi le mani con la tv. Tutto questo, con una sfrontatezza ed una sagacia irripetibili, perfettamente compendiate dalla maschera impassibile e beffarda dei due “brothers”.

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