Personaggi in cerca di autore, gli Editors. La passione per gli U2 e i Joy Division (incarnata nella voce del frontman, Tom Smith), l’amore per l’elettronica stile New Order e Depeche Mode, l’intimismo e la grandeur. Ed ora, in questo The weight of your love, ci si mettono pure l’orchestra, Springsteen e gli Arcade Fire. Insomma, esattamente, dov’è che vogliono andare a parare gli inglesi?
Se lo dev’essere chiesto anche Chris Urbanowicz, il quale, non trovando risposta (o non trovandola convincente), ha abbandonato la band. “Divergenze di vedute artistiche”, pare: Smith si è trovato così la strada spianata e ha cesellato undici ballad in bilco tra struggimento romantico e ethos da arena rock, incorniciate dal fatalismo degli archi, spruzzate un po’ di elettronica, con le solite chitarre elettriche nervose stavolta affiancate da acustiche in odor di folk. Insomma, sulla carta un bel guazzabuglio, a cui il frontman è riuscito a dare un ordine ma non particolare personalità. A ton of love, il primo singolo, nonché il pezzo più esuberante del lotto, è un’insipida rilettura di U2 e soprattutto Echo and the Bunnymen. Il secondo estratto, The weight, va a parare in direzione Depeche Mode, con un po’ di blues acustico, l’elettronica e, in generale, quel mix di atmosfere noir e cori da stadio con cui Gahan e Gore vanno a nozze. Al di là di questo, poco altro – la voce di Smith, per esempio: è lei la vera protagonista del disco. In What is this thing called love, il bandleader sfodera un sorprendente falsetto (“Ho chiesto al produttore, Jacquire King, di farmi sembrare Mariah Carey”, ha scherzato); soprattutto, una padronanza del mezzo tecnico che distrae dalla sostanziale inconcludenza del pezzo.
Anche quando spuntano aromi mediorientali e linee strumentali rubate ai Muse (Sugar), l’effetto è piatto, grigio, poco incisivo. Il refrain impetuoso di Honesty si traduce in un coro bombastico senza reale pathos. Sonnacchioso pure il florilegio orchestrale di Nothing. Non è un caso che quando i ritmi si alzino, le cose migliorino (un po’): Formaldehyde, però, è un intreccio di Cure, Arcade Fire e Springsteen (o sono i Killers?), e fare centro così quasi non vale. Pure lo shuffle country-folk di The phone book e la percussiva Bird of prey un brividino lo strappano, soprattutto (ancora) per l’interpretazione di Smith.
Troppo poco, ovviamente. Anche i testi, sofferti e intriganti (“I’m a lump of meat with a heartbeat” è il fulminante autoritratto di The weight), possono poco difronte all’opacità complessiva del disco. Che suona genuino ma senza identità: fatto preoccupante, per gli Editors.
