Sorpresa: Liam Gallagher ha fatto un bel disco. Ironie a parte (facilissime, visto il personaggio), negli Oasis il bastone della creatività ce l’aveva in mano Noel, il fratello amato-odiato, sul quale un giorno scaricare bordate d’insulti via NME e con cui fare pace il giorno dopo, tendendo un ramoscello d’ulivo (Don’t brother me, in cui Liam canta “give peace a chance”, citando Lennon). Non che Noel sia un genio, ma su Liam nessuno avrebbe scommesso due lire. E infatti la prima sortita del suo progetto post-Oasis, i Beady Eye, è stata un flop (artistico). A differenza di Different gear, still speeding (2011), però, questo BE ha una marcia in più: il produttore, Dave Sitek, che porta un po’ di inquietudine psichedelica in tracce che, altrimenti, punterebbero verso scontatissimi lidi brit-rock.
Il glorioso passato musicale della terra d’Albione (Beatles, Who, Stones) si fa sentire anche in questo nuovo album, in effetti: la novità è che non è preminente. I rimandi non soffocano le melodie, lo spettro citazionista non esaurisce tutta l’offerta dell’album: insomma, tradizione sì, ma con un pizzico d’imprevedibilità, quella che ha sempre difettato ai Gallagher, anche ai tempi degli Oasis (l’elenco dei plagi è infinito). Più che il sound, che smussa gli spigoli e immerge chitarre, fiati e batterie in un bagno acidulo (Flick of the finger), o l’allentamento della forma-canzone, che coincide con l’innesto di digressioni o code strumentali “sospese” (Don’t brother me), di Sitek si apprezza il lavoro sulla voce del frontman. Rispetto al solito, l’approccio alle parti cantate di Liam è decisamente meno monolitico, più duttile, (quasi) meno arrogante: la trascinante Second bite of the apple e la stessa Don’t brother me sono due buoni esempi della trasformazione compiuta.
Tra i passaggi più sperimentali di BE c’è anche Shine a light, che apre con piano riverberato e “distante” e archi per poi andare a parare nei luoghi frequentati dagli Stones di Sympathy for the devil: beat tribale e chitarra acustica, però, perdono lentamente consistenza, si dissolvono in una coda in delay. Face the crowd e Soon came tomorrow rispolverano riff elettrici e assoli in wah wah, ma anche qui la distanza con il disco precedente è siderale. A conferma di una buona forma anche nei momenti più convenzionali ci sono pure la grintosa Iz rite, o le ballate di Ballroom figured (chitarra e voce) e Start anew (con un muro di synth solenni).
Insomma, BE non è un capolavoro e non inventa niente di nuovo, ma è comunque un prodotto sorprendentemente intrigante e vivo (malgrado i testi banalotti). In condizioni normali, non avesse da scontare un deficit di credibilità legato al suo personaggio, Liam l’avrebbero portato in trionfo per un disco così. Ma c’è tempo, e la direzione è quella giusta.
