Americani, americanissimi gli Smith Westerns: eppure, ad ascoltare i loro dischi, non diresti mai che i fratelli Cullen e Cameron Omori vengano da Chicago, Illinois. Piuttosto li faresti di Liverpool, di Manchester o di Londra, come i loro eroi Beatles, Oasis, Blur. Quello del quartetto americano (in lineup anche Max Kakacek e Julien Ehrlich) è infatti brit rock, puro e semplice, con qualche spruzzata glam e ruvidezze garage che tuttavia quest’ultimo album, Soft will, sembra aver lasciato definitivamente per strada.
Le dieci tracce, pubblicate da Mom + Pop, mostrano il lato meno rude e più malinconico del songwriting della band. Rispetto al precedente Dye it blonde (2011), gli Omori non hanno comunque smarrito la consueta facilità melodica, la capacità di costruire pezzi accattivanti con una paletta di colori ridotta al minimo. È una questione di economia, di senso combinatorio e capacità di variazione sul tema: tutto l’album sfrutta intrecci di chitarre, tastiere ed armonie vocali, ammiccando agli anni ’60 – ’70, nondimeno riesce a dare l’impressione di una bella varietà. Merito anche di alcune costruzioni non proprio scontate, come ad esempio il distico composto da Glossed e XXIII: la prima procede sbarazzina, tra arpeggi jangly e coretti zuccherosi, fino a che non sfocia nella seconda, uno strumentale interlocutorio ed evocativo, nel solco dei Pink Floyd.
Fool proof recupera un po’ di verve, pescando in direzione Bowie–Suede, ma sempre con un retrogusto malinconico, particolarmente esplicito in Best friend (azzeccatissimo il riff avvolgente), nella cullante e luminosa White oath e nel valzerino di Cheer up. Anche qui, niente di nuovo, ma tutto supportato da una coesione che forse le prove precedenti del quartetto, per quanto valide, non possedevano. È il senso della maturità acquisita dagli Smith Westerns: non banalmente il riciclaggio della prosopopea di certo rock britannico dei ’90, ma il suo recupero in chiave umile, come strumento per affrontare i travagli che la maggiore età inevitabilmente comporta.
Malgrado il piglio dimesso e artigianale, però, Soft will ha tutt’altro che una volontà debole: tra le sue pieghe si annida una personalità inscalfibile. Per questo, a ben vedere, gli Smith Westerns sono ancora qui, pur non smuovendo le classifiche: perché hanno qualcosa da dire all’infuori dell’operazione-nostalgia entro cui il loro sound, sulle prime, potrebbe essere confinato. Una bella conferma per questi americanissimi dal sangue di baronetti inglesi.
