Gli anni ’70, quelli dell’hard rock progressivo e della psichedelia, sono al centro di The sun dogs, il disco di debutto (per Sub Pop) dei Rose Windows di Chris Cheveyo, songwriter di Seattle. Le nove tracce sono imperniate su chitarre massicce o, al contrario, arpeggi acustici, hammond visionari, pattern ritmici cangianti. Sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando i Doors predicavano alle folle californiane e Black Sabbath e Deep Purple tracciavano la strada che avrebbe poi portato al metal. Il che non è esattamente un pregio.
The sun dogs offre una rilettura sicuramente preparata e competente di certi stilemi sonori britannici e americani, peraltro arricchiti qua e là da spunti esotici (l’India e il raga rock). Il punto, però, è che all’infuori dell’esercizio di bella grafia c’è davvero poco altro. This shroud, ad esempio, dispiega nove minuti di cambi di tempo, meditazioni ed impennate epiche, ma non riesce a smarcarsi dalla sua fonte principale, la doorsiana The end (peraltro citata espressamente). Tutta la carica grezza e il potenziale visionario di questo rock, insomma, è ricondotto nell’alveo rassicurante della citazione, che anche quando non così esplicita rimane comunque troppo evidente (Walkin’ with a woman, ad esempio, chiama in causa i Pink Floyd).
Aperto e chiuso da due “moduli” di The sun dogs (I e II), a definirne il perimetro etico-stilistico, tra pulsazioni vibranti, passaggi desertici e attitudine da jam, The sun dogs non trova mai veramente una ragion d’essere. Perché l’abilità tecnica certamente non basta, e l’effetto nostalgia oggi è talmente tanto inflazionato che non impressiona più. Neppure la produzione di Randall Dunn (Sunn O)))) e di Boris (Master Musicians of Bukkake) brilla particolarmente, limitandosi ad imitare pallidamente un sound senza (ri)viverlo.
Del resto, il nodo è tutto lì. Per dare sostanza alle visioni assolate di Indian summer o ai “sogni indigeni” di Native dreams, occorrerebbe essere a Woodstock o nella Londra del 1968. Il calendario però dice altro, dice 2013, e dunque occorre rassegnarsi, rimettere l’Hammond in soffitta e spremersi un po’ di più le meningi. Per curare la nostalgia, del resto, ci sono le ristampe, Spotify, YouTube, insomma, i mezzi non mancano. Quello che manca, ai Rose Windows, è la linfa vitale di ogni canzone che voglia sperare di durare un po’ di più di un ascolto distratto in cuffia: un’idea nuova.
