Ulan Bator – En France/en transe

Sono in giro da vent’anni, gli Ulan Bator. Hanno fatto una decina di dischi, hanno suonato in tutto il mondo, hanno sponsor eccellenti (Mike Gira), ma hanno anche raccolto meno di quanto altre band, assai meno blasonate e meritevoli, abbiano fatto. Merito o colpa, a seconda dei casi, di un percorso artistico coerente, lontano dalla ribalta dello showbiz, tutto teso a sperimentare intorno ai concetti di melodia, armonia, texture. Post-rock è l’etichetta, ma è riduttiva, e comunque non dice nulla del lavoro di Amaury Cambuzat e soci, del loro continuo tentare di rinnovarsi pur mantenendo ben evidente la fisionomia di un rock alternativo non per moda ma per vocazione genuina.

En France/en transe ha dalla sua una line up e una strumentazione rinnovate, con l’Ondes Martenot di Nathalie Forget in bell’evidenza, ad abbinarsi perfettamente con le ritmiche minimali e i gorghi ipnotici tratteggiati dalla band. I colori sulla tavolozza tendono a sfumature cupe, le forme qua e là mostrano qualche spigolo, ma tutto ha un senso, un’armonia, una musicalità, anche quando i crescendo progettati si risolvono in una nube asfissiante e paranoica (Take off). La febbre dell’elettricità ingrossa gli argini di Bugarach, che sciama sinuosa con un che di Velvet Underground: la sensazione è estremamente fisica, quasi che si possa vedere lo spettro sonoro ingrossarsi, come se avesse un peso. In We r you, invece, è la dimensione psicolgica a prevalere: tam tam tribali e una patina rugginosa di elettronica danno vita ad un sabba in cui deflagra ogni identità, in cui ogni tratto somatico è stravolto da una bruma elettromagnetica color della notte.

Colère (recitato sinistro su un tappeto di sfrigolii metallici e droni agghiaccianti) pure non scherza quanto a brividi lungo la schiena, ma l’apice dell’horror vacui è senz’altro Jesus B.B.Q., con i gemiti agonizzanti di Nathalie Forget e quelli orgasmici di Cambuzat che si incontrano su un pattern balbuziente, in un delirio da Inquisizione a metà tra il porno e lo psicotico. Il tratto magico e rituale della scrittura degli Ulan Bator emerge nella title-track, che sembra voler immergere l’ascoltatore in una trance ulteriore, ancora più profonda, quasi che il viaggio debba appena iniziare.

In En France/en transe ci sono insomma tutti gli ingredienti caratteristici del sound degli Ulan Bator e qualcosa di più: a tratti affiora persino la forza espressiva dei giorni migliori (Vegetale, Ego echo), smussata (ma non imbrigliata) dalla pacatezza della maturità. Soprattutto, però, colpisce il senso di profonda necessità che permea ogni traccia, tassello di una ricerca che rifugge il manierismo per interrogarsi genuinamente sul senso attuale di musica e parole.

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