Landshapes – Rambutan

Se siete tra i frequentatori abituali di Youtube, magari sarete anche tra quei due milioni di utenti che, l’anno scorso, fecero di una cover bluegrass fatta da una sconosciuta band americana un piccolo caso. Il pezzo in questione era You gonna miss me (when I’m gone), e il gruppo Lulu and the Lampshades: una cosa da poco, una voce femminile su un pattern ritmico scarno, ma tanto bastò a decretarne il successo.

A distanza di un anno, Lulu e i suoi sono tornati. Hanno un nome nuovo, Landshapes, e soprattutto intenzioni nuove: Rambutan, il nuovo disco, conserva il tratto stilistico essenziale, a tratti quasi schivo, delle cose passate, ma è decisamente più adulto. Colpisce, di queste dieci tracce (rielaborazioni di vecchi brani della band), il calibro millimetrico tra le parti strumentali, l’opportunità dei cambi di tempo, le variazioni subdole di mood. Il quintetto, guidato dalla vocalist Luisa Gerstein, gioca con gli stilemi del folk-pop, li destruttura in maniera gentile, cercando sempre di non perdere di vista la coesione melodica dell’insieme. Racehorse, per esempio, attacca in chiave post-rock e si sviluppa avvolgente. LJ Jones cambia passo, letteralmente, e sperimenta un’andatura tra cha cha cha e marcetta, mentre le chitarre offrono qualche sprazzo psichedelico. L’eclettismo è il tratto peculiare anche di Insomiac’s club: il fatto che sia stata scelta come futuro singolo, la dice però lunga sulla sua ruffianaggine.

I Landshapes hanno un cuore nostalgico, ma guardano avanti, soprattutto sono bravissimi a smarcarsi da riferimenti solidi. In limbo, ad esempio, offre aromi smithsiani, ma è un’impressione, quest’assonanza, ti colpisce lì per lì ma non fagocita l’intero ascolto, non toglie nulla al piacere della scoperta dell’evoluzione del pezzo. E questo vale anche quando gli ingredienti sono ancora meno e le dinamiche più dimesse, come in Night so strong, che appoggia malinconica l’arpeggio della chitarra su un beat tribale, e nel mentre s’incupisce un po’. Demons in pista ci butta pure un flauto, senza dimenticare l’inquietudine (“these demons that you gave to me / make the bast and worst of me”). Rispetto agli altri pezzi, è l’unica del Cold water EP dei Lulu and The Lampshades ad essersi salvata, quasi a fare da ponte (simbolico) tra vecchio e nuovo,

I Landshapes, insomma, sono cresciuti nel modo migliore: ripartendo da sé, senza azzerarsi ma neppure con autoindulgenza. Dalla loro trama sonora hanno eliminato le parti più stucchevoli, aggiunto qualche sfumatura e smussato gli spigoli: il risultato è un “frutto” gustoso e insieme una nuova linea di partenza, verso nuove e più intriganti mutazioni.

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