Il tratto allucinato e grottesco del cinema di Roman Polanski trova una delle sue vette espressive in Rosemary’s baby, capolavoro del 1968. A partire dal romanzo di Ira Lewin, il regista polacco tratteggia un incubo concentrazionario a presa lenta: si scivola inesorabilmente in un abisso di paranoia e visioni demoniache, impossibilitati a svegliarsi.
La corruzione regna sovrana, nella New York borghesissima del film: se ne accorge poco a poco la giovane Rosemary, appena trasferitasi con il marito, l’aspirante attore Guy Woodehouse, in un elegante stabile vicino Central Park. Il benvenuto, in effetti, non è dei migliori: poco dopo il loro arrivo, la giovane Terry si suicida, lanciandosi dalla finestra. Fino a qualche tempo prima la ragazza viveva per strada, ma era stata accolta in casa dai vicini di Rosemary e Guy, i Castevet. I due anziani coniugi cominciano ad insinuarsi lentamente nella vita dei protagonisti. Chi ne approfitta alla grande, però, è uno solo, Guy: l’uomo si lascia convincere dai Castevet, in realtà due fanatici adoratori del diavolo, a inseminare la moglie durante un sabba infernale (che Rosemary vive come un lungo e spossante incubo). A lui andrà il successo, a Rosemary (l’eburnea e fragile Mia Farrow) un parto dalle conseguenze spaventose.
Dopo Repulsione (1965) e L’inquilino del terzo piano (1968), Polanski torna a raccontare una storia di straordinario orrore entro le mura domestiche. Isolamento, solitudine, visioni/incubi terrificanti: gli ingredienti ci sono tutti, solo che il complotto è reale. Rosemary è davvero ostaggio di un gruppo di adoratori del demonio, quello che ha in grembo è davvero il figlio di Satana. Lei lo sospetta, lo spettatore lo sa, ne ha la certezza da subito: eppure, malgrado Rosemary sembri procedere spedita sui binari dell’inevitabile, Polanski riesce a mantenere viva la suspence sino alla fine. Il finale: è un capolavoro nel capolavoro, apoteosi di una visione luciferina dei rapporti familiari e dell’affettazione borghese, di un insormontabile pessimismo kafkiano. Il mondo è marcio e corrotto, la fuga semplicemente impossibile: tanto vale accettarla in pieno, la follia.
In questo suo primo film americano, insomma, Polanski con-fonde reale e allucinazione, disegna un thriller psicologico che sconfina nell’horror ma senza smarrire lo humor, il tutto con straordinaria padronanza tecnica, senso del ritmo, innegabile gusto visivo. La pellicola ebbe un seguito nel 1976, Look what’s happened to Rosemary’s Baby, diretto dal montatore Sam O’Steen per la televisione: niente che possa minimamente paragonarsi al cupo splendore del capolavoro polanskiano.
