Sigur Rós – Kveikur

Ci avevano promesso un disco duro, i Sigur Rós, e la parola, in effetti, l’hanno mantenuta: Kveikur è un album bello corposo, lontano, molto lontano dall’impalpabile Valtari. Dice: hanno scoperto la rabbia, ma non è vero. Per lo meno, non è il tratto precipuo di questa settima prova della band islandese: a scorrere le nove tracce (otto, poi diremo il perché), sorprende soprattutto la consistenza materica del sound, come se i Sigur Rós avessero deciso, di punto in bianco, che la musica non è solo spirito ma anche carne e sangue. I brani hanno la consistenza e il colore dell’ossidiana (Hrafntinna): scuri come un pozzo e lucenti, li “tocchi” e sembrano ostici, impetetrabili. Brennisteinn è esattamente quello che il titolo dice: una colata lavica odorosa di “zolfo”, tutta pulsazioni industriali, chitarre distorte, beat militareschi. Jónsi non dismette il suo falsetto, ma è stranamente a suo agio: una dialettica interessante, questa, tra le inevitabili implicazioni eteree del cantanto del bandleader e il paesaggio rumorista intorno, che il crescendo martellante di Bláþráður delinea in modo persino più vibrante.

Kveikur (“stoppino”) gioca dunque una partita un po’ diversa dal solito: si muove in un mondo d’ombra, tratteggia paesaggi inquieti, persino orrifici. Lo fa con innegabile maestria e senso del tempo drammatico, ma pecca di emozione vera (e in questo è molto simile a Valtari): la “tempesta” di Stormur, per quanto ammantata dal sacro brivido dell’ineluttabilità, sgomenta poco o nulla. Le orchestrazioni, il beat marcato, le acrobazie vocali di Jónsi: tutto si dà con precisione e pulizia, con un senso dei rapporti melodici e armonici invidiabile, ma senza particolare brillantezza. Anche quando si naviga scopertamente in “superfice” (Yfirborð), calpestando con un ritmo di galoppo un tappeto di droni misteriosi, l’orizzonte sembra eccessivamente piatto, e soprattutto già visto. Kveikur, insomma, al di là della “svolta” proclamata (ed effettivamente formalizzata), è al cento per cento un disco dei Sigur Rós, nel senso però del manierismo. Poi, effettivamente, qualche sussulto (vero) arriva, come nella title-track, brano di una ferocia insospettabile per i tre, praticamente la loro versione dell’industrial.

Il suo opposto non è Ísjaki, persino troppo leggera (e “pop”), al punto tale da sembrare quasi fuori posto, ma Var, un tenero strumentale costruito intorno ad un malinconico arpeggio di piano. Si tratta del brano più umile e raccolto del disco, e sebbene anche qui la firma della band sia inequivocabile, ha dalla sua un’emotività onesta, genuina, che ne riscatta la sostanziale prevedibilità. È la differenza tra maniera e stile, tra impatto fisico depotenziato di spirito e spirito che ha forza fisica. I Sigur Rós l’hanno capita in extremis. Peccato.

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie