Se la parodia è un’arte, allora un posto d’onore nel genere spetta sicuramente a Frankenstein junior. Ispirata al romanzo di Mary Shelley (1818), la pellicola di Mel Brooks dissemina gag, citazioni e prese in giro memorabili per tutti i suoi 106 minuti di durata, senza (quasi) perdere colpi e soprattutto con un gusto invidiabile, sconosciuto a molte parodie odierne.
Gene Wilder è Frederick Frankenstein, medico, docente universitario e soprattutto nipote del barone Frankenstein, autore di audaci esperimenti di rianimazione dei cadaveri. Alla morte del nonno, Frederick (che insiste perché il suo cognome si pronunci “Frankenstin”, per distinguersi dall’avo che reputa un povero folle) si reca in Transilvania, per riscuotere la sua eredità, un castello. Alla stazione trova ad attenderlo Igor (Marty Feldman), a sua volta nipote del vecchio aiutante del barone, e l’assistente Inga (Teri Garr). Alla magione, Frederick conosce anche Frau Blücher (Cloris Leachman), misteriosa governante. Qui Brooks architetta una delle gag più azzeccate del film (il nitrito del cavallo ogni volta che si pronuncia il nome della donna), ma in precedenza c’erano già state l’accoltellamento involontario e autoinferto da Frederick durante una lezione e lo scioglilingua “lupo ulula-lupo ululì”. Tutto questo, insomma, per dire che Brooks, malgrado la ricostruzione puntigliosa anche degli ambienti del gotico dei b-movie anni ’50-’60, non perde tempo con la sua opera di demistificazione (vedi l’incipit, con lo scheletro del barone che si “ribella” all’esecutore testamentario).
Frankenstein junior è dunque un’operazione beffarda che mira al cuore dell’horror per omaggiarlo. Igor è un pasticcione: scambia il cervello di un luminare della scienza con quello di «un certo “a b normal”» (abnorme). Dagli esperimenti a cui si dedica Frederick, nel frattempo conquistato dalla lettura del vecchio diario del nonno, viene fuori una creatura gigantesco e idiota, attratta dalla musica e con una straordinaria potenza sessuale (grazie a questa sua dote, farà innamorare la fino a quel momento castissima fidanzata di Victor, Elizabeth).
Le autorità del villaggio non sono più brillanti: spicca, in particolare, l’ispettore Kemp, parlata incomprensibile e braccio meccanico che ogni tanto fa le bizze. Insomma, l’universo di Frankenstein junior è un concentrato di subnormali e cialtroni: linguisticamente, un crogiuolo di omaggi e citazioni, riproposte in chiave divertita prima che divertente. Eccolo il segreto del suo successo, artistico e commerciale, che Brooks, malgrado gli sforzi successivi, non raggiunse più. Immortale.
