Crescere è difficile. La vita ti mette alla prova, e tu devi reagire con convinzione, stando attento a non farti bruciare il terreno e gli anni dall’inerzia. Esattamente come hanno fatto i Camera Obscura. Lo iato da My maudlin career (2009) è stato intenso, a tratti difficile: Tracyanne Campbell sta per diventare mamma, Kenny McKaye un figlio l’ha fatto (ma ha perso la madre ad inizio 2012) e a Carey Lander è stato diagnosticato un cancro. Da prove così difficili puoi uscire spezzato o rinvigorito: a giudicare dall’ascolto di Desire lines, per gli scozzesi vale la seconda.
Ancora una volta siamo dalle parti di un pop intelligente, elegante, un pelo nostalgico, fragile e radioso. Le orchestrazioni di synth vintage tengono assieme trame twee pop e doo-wop, soul e indie rock, soprattutto saldano idealmente nostalgia e piglio sbarazzino senza che musica e parole si sciolgano in un abbraccio zuccheroso o affettato. «You were insatiable / I was more than capable / Turn down the lights now / let’s do it again»: è il refrain di Do it again, a riprova di un approccio decisamente più esplicito anche nei testi, che non hanno dunque paura di raccontare, appunto, i desideri, le durezze dell’ultimo anno (Troublemaker) o, al contrario, di impegnarsi in buoni propositi per quello nuovo («to write something of value» e «to kiss you like I mean it», da New year’s resolution).
Tra i passaggi più brillanti, tanto dal punto di vista lirico che da quello musicale, c’è I miss your party, un mix di country e r’n’b, corroborato dai fiati arrangiati da Mark Gonzales. «I’ll listen to Billy Joel / I’ll watch Flashdance again / I’m gonna get through Walt Whitman / I’m gonna be in bed by 10» è il programma della serata di Tracyanne, ma con pezzi così nello stereo, chi ha bisogno di uscire o di andare a un party? Lasciate perdere le parole di William’s heart: queste canzoni un cuore d’oro ce l’hanno già, è incastonato nel riff di sax di This is love, negli aromi sudamericani di Every weekday, nel valzerino di Fifth in line to the throne («How am I going to tell my king that I don’t trust his throne anymore?»), nella slide della title-track. Sta a voi scovarlo, con pazienza.
I coretti di Neko Case e Jim James sono la ciliegina sulla torta di un album che, malgrado il suo aspetto dimesso e anti-spettacolare, si rivela invece all’ascolto cesellato con gran cura. Tutto, qui, è una questione di sfumature, di sapienti variazioni, che la voce della Campbell, tra il sensuale e il malinconico, riesce ad incarnare bene. Con Desire lines, insomma, i Camera Obscura confermano (non raggiungono) la loro maturità, regalandoci un altro bel quadretto di primizie pop.
