Boards of Canada – Tomorrow’s harvest

Se ne potrebbero dire tante sui Boards of Canada e sul modo in cui hanno gestito, centellinandole alla perfezione, le informazioni su questo loro ultimo lavoro, Tomorrow’s harvest. Al giochino dei numeri nascosti, degli appuntamenti nelle piazze di Tokyo, dei listening party nel deserto o degli streaming annunciati via Facebook, abbiamo giocato un po’ tutti (virtualmente), nel corso degli ultimi mesi: è stato divertente, brillante, ma poi viene la musica, ed è con quella che bisogna fare i conti, perché se l’hype evapora rapidamente, le canzoni (si spera) restano.

E dunque, cos’è Tomorrow’s harvest? Un piccolo concentrato di gelo e paranoia post-apocalittica in forma di bozzetti elettronici d’ispirazione ambient, con influssi idm, trip-hop e dubstep. Niente chitarre processate stile The campfire headphase (2005), ma la continuità rispetto al passato è evidente – pure troppo, si potrebbe obiettare, ma non è questo il problema di Tomorrow’s harvest. Il punto, semmai, è che il disco non va oltre le buone e programmatiche intenzioni: pennella diciassette acquerelli che non hanno particolare spessore o inventiva, mossi da un mix di allarmismo apocalittico e presagi di rinascita affidato più ai titoli dei pezzi che alle trame sonore. Curatissime, per carità: ma Gemini, ad esempio, ha davvero il potere evocativo che vorrebbe? O piuttosto è una sapiente costruzione di atmosfere plumbee, come un’ipotesi di soundtrack per un film di Carpenter? I Boards of Canada sono soprattutto dei raffinati architetti di emozioni: vogliamo l’apocalisse, la nostalgia infinita, il futuro scomparso, il disastro nucleare, il nuovo inizio? Loro ce li offrono, manipolando abilmente stereotipi sonori ammantati del fascino dell’analogico, reso ormai forzatamente senza tempo da un quotidiano e sfiancante culto del vintage.

Reach for the dead funziona così: al di là dell’arpeggio thriller, dei bordoni e dei beat, al suo interno non accade realmente nulla, è uno schermo su cui ciascuno può proiettare le proprie inquietudini, uno schema sintattico sinuoso e flessibile, buono in eterno e dunque incontestabile. Ma, anche per questo, contestabilissimo, perché poetico per il gusto di essere poetico. Tutte le tracce di Tomorrow’s harvest potrebbero tranquillamente essere suonate al contrario o invertite di posizione in scaletta: l’effetto non cambierebbe.

Nel minimalismo svogliato di Jacquard causeway, nella gelida desolazione di Semena mertvykh, nel beat solipsistico di Nothing is real, nelle frequenze in dissoluzione di Transmissiones ferox, si respira aria di resa sì, ma autoriale. Tomorrow’s harvest è una libreria audio di solitudine e desolazione, un montaggio acritico di suoni, sfondo perfetto per tutto e niente. Stavolta, oltre all’hype probabilmente svaniranno anche le canzoni.

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