Terry Gilliam – L’esercito delle 12 scimmie

Brillante la carriera registica di Terry Gilliam. Sorprendente, con il senno di poi, poco: era lui il responsabile delle splendide animazioni del Flying Circus dei Monty Python, e comunque lo humor non gli ha mai difettato. Le due qualità (tratto visionario e sarcasmo irriverente) hanno dato vita ad un percorso artistico assai intrigante, improntato ad immaginare mondi “capovolti” (Tideland), con un che di fiabesco e stralunato anche nei passaggi più distopici (Brazil, il suo capolavoro). Allucinazione e follia sono dunque elementi ricorrenti nel suo cinema, di cui L’esercito delle 12 scimmie rappresenta uno dei risultati migliori.

Protagonista, il detenuto James Cole (Bruce Willis): da un futuro lontano (è il 2035), viene mandato indietro nel tempo, per raccogliere informazioni sulla terribile epidemia che anni addietro ha devastato la Terra, costringendo i pochi superstiti a vivere nel sottosuolo. Cole, con la promessa della grazia, approda così nel 1990 (per errore: la destinazione corretta era il 1996), sulle tracce del misterioso Esercito delle 12 scimmie, accreditato come il responsabile dell’epidemia. Farneticante, James viene però arrestato e internato. Nella clinica psichiatrica in cui è rinchiuso, fa amicizia con Jeffrey Goines (Brad Pitt) e con la dottoressa Kathryn Railly (Madeleine Stowe), di cui s’innamora. Trasportato correttamente nel 1996, scopre che è Goines, figlio di un virologo, ad aver fondato l’Esercito: il suo obbiettivo, però, non è un’epidemia su scala mondiale, ma liberare gli animali dello zoo (è un attivista animalista).

Cole quasi crede di essersi immaginato tutto. E invece no: sarà un finale beffardo e un po’ crudele a svelare a lui e a Kathryn come stiano realmente le cose. Gilliam, insomma, mette a posto l’ultima tessera del puzzle proprio in extremis, e giustifica così anche il sogno di Cole con cui apre la pellicola. Già, il sogno: tutto L’esercito delle 12 scimmie sembra girato come in trance. Grandangoli e inquadrature sghembe, unite alla fotografia di Roger Pratt, costruiscono l’architrave filmica su cui s’intrecciano molteplici riferimenti alla fantascienza di Philip Dick, che la sceneggiatura incanala in una struttura ad anello. Cole (variazione sul tema del tipico outsider di Gilliam) ritornerà, ancora e ancora e ancora, ma non fermerà mai l’epidemia.

Il passato, insomma, si può solo guardare, rivivere (in sogno e al cinema…), non modificare: il destino vince sempre. E vince anche Gilliam con questo film psichedelico, uno dei pochi di cui non abbia firmato il copione (scritto da David e Janet Peoples e ispirato al corto Le jeéte), eppure così personale. Se il “futuro è storia”, come dice l’efficace tagline del film (e conferma quest’epoca di sfiancante vintagismo), che a raccontarcelo sia almeno un grande autore.