Solenni, limacciosi, monolitici, capaci di far rimare (letteralmente, in God is dead?) “gloom” e “doom”: eccoli i Black Sabbath, quelli del blues-rock che si decompone e diventa sludge, quelli del prog travestito da metal, quelli di Ozzy Osbourne e Tony Iommi, che dopo 35 (trentacinque) anni si sono ritrovati assieme in uno studio di registrazione per questo 13. Accanto a loro, il fido Geezer Butler al basso, ma non Bill Ward, lo storico batterista: sembrava dovesse essere anche lui della partita, poi problemi contrattuali e divergenze «con due dei membri della band» (giusto per non fare nomi) lo hanno allontanato dal progetto (e rimosso dalle foto del gruppo sul sito ufficiale). Al suo posto, l’ottimo Brad Wilk di Rage Against the Machine ed Audioslave, con l’altra new entry Rick Rubin, produttore-superfan, in cabina di regia, a esplicitare quel trait d’union tra antico e moderno, fra tradizione e nuove leve, che è da sempre un fondamentale sottinteso nella carriera dei Black Sabbath. Hai voglia ad accusarli di scarsa fantasia: senza di loro il metal magari sarebbe esistito ugualmente, ma certo non sarebbe stato lo stesso. Con pochi tocchi essenziali (in primis, i “mammoth riff” di Iommi), i quattro hanno generato una progenie che va dai Metallica ai Mastodon e oltre (vedi i Joy Division), definendo uno standard vero e proprio.
13 sottolinea questa “imprescindibilità” imponendo la maestosità di un sound senza tempo, mostrandone però al tempo stesso la fragiltà. Le otto tracce, infatti, non fanno un disco epocale, ma pur nell’abuso sostanziale dei vecchi trucchi (lirici e sonori), compongono un quadretto indubbiamente efficace. End of the beginning, ad esempio, è una litania a base di progressioni collose e “improvvise” accelerazioni: la band è in forma (Iommi pure, malgrado il tumore con cui ancora sta lottando), Ozzy fa il suo, e dunque è impossibile non provare un brivido lungo la schiena. In 13 c’è tanto mestiere, di sperimentare soluzioni nuove neanche se ne parla (la già citata God is dead?, primo singolo estratto, ne è un ottimo esempio), ma per una volta non è proprio un male. Ammettiamolo: quest’album, per una band capitanata da uno come Ozzy e con parecchi disastri artistici alle spalle, è il migliore dei ritorni possibili. Age of reason è addirittura imperiosa, e forse non avrebbe sfigurato su Vol. 4 (1972). Il passato emerge prepotente: in Zeitgeist, ad esempio, con un trip “spaziale” a base di tribalismi, chitarra acustica e voce obnubilata che rimanda direttamente a Planet caravan, mentre Damaged soul si riallaccia ai Cream di Eric Clapton, una delle fonti d’ispirazione per Iommi e compari sin dai primissimi tempi.
Dear father («in silence, your violence has left my life in ruin»), Loner e Live forever riempiono i buchi vuoti della scaletta, ma sempre con discrezione. Un po’ come tutto 13, del resto: l’attendevamo ed è arrivato, ma in fondo senza troppi fragori. Un disco onesto.
