Due poliziotti, un serial killer, una lunga scia di sangue: gli ingredienti alla base di Seven sono i soliti. La novità la dà David Fincher, il quale, nel mescolarli assieme, li reinterpreta, li carica di sfumature nuove che “fanno” il film.
I poliziotti: i detective William Somerset e David Mills. Vicino alla pensione, intellettuale e disilluso, Somerset (Morgan Freeman) è la chioccia del più giovane e ruvido Mills (Brad Pitt), appena trasferitosi nel suo dipartimento. Il “benvenuto” glielo dà un cadavere mostruosamente singolare, quello di un obeso ingozzato a morte. E questo ci porta alla lunga scia di sangue di cui sopra. Ventiquattr’ore dopo, i due investigatori s’imbattono nel corpo di un avvocato, morto dissanguato dopo esser stato costretto a segarsi via una libbra di carne: sul pavimento di casa, la scritta “avarizia”.

Il collegamento tra i due delitti? I peccati capitali. Ed ecco arrivare altre vittime: accidia (un tossico molestatore di bambini orrendamente seviziato), lussuria (una prostituta sventrata con un fallo-coltello) e superbia (una modella sfigurata). L’assassino è un “John Doe”, un “signor nessuno”. Tutto semplice, insomma. Se non fosse che Fincher è un maestro dei puzzle, e alla fine incastra le tessere in modo sorprendente (mancano due peccati, ricordate?, invidia e ira).
Seven è ambientato una metropoli decadente, piovosa e notturna. Fincher, complice lo sceneggiatore Andrew Kevin Walker, ne fa lo sfondo perfetto per una riflessione non banale sul tema del male nel mondo: un cosmo in cui i ruoli di vittime e carnefici, colpevoli e innocenti, sono non semplicemente sfumati, ma addirittura interscambiabili. La splendida fotografia espressionista di Darius Khondji esalta il clima morboso e spettrale dell’insieme e conferisce ulteriori suggestioni ad un racconto filmico che ha ambizioni e un respiro da grande romanzo.
