Eleanor Friedberger – Personal record

Personal record comincia con un depistaggio: il titolo, che sembrerebbe alludere ad un disco personale, “memoriale”, e invece no, precisa Eleonor Friedberger, se è personale non è certo in quel senso. Il secondo LP solista dell’ex Fiery Furnaces, infatti, raccoglie dodici vignette di incerta attribuzione: nascono dalla sua penna (e da quella del sodale d’eccezione Wesley Stace, aka John Wesley Harding), ma non si riferiscono necessariamente alla sua biografia. Parlano d’amore, queste canzoni, ma anche qui in senso lato: cioè «non semplicemente d’amore romantico», avverte la Friedberger, ma di amore per la musica, di «quello che provi quando senti qualcuno cantare una canzone per la prima volta» o di come «puoi sentirti vicino a qualcuno che conosci appena perché tutti e due amate lo stesso disco».

Insomma, Personal record è tutto meno che “personale”, eppure – paradosso – è più “personale” del precedente, Last summer, che era più narrativo e dunque, sotto questo aspetto (ma non solo), più convenzionale. Musicalmente non è poi cambiato moltissimo: la Friedberger, in combutta con Harding, pennella le consuete melodie sbarazzine, perfettamente arrangiate, che cercano di coniugare appeal canterino e intellettualità. La novità, semmai, è nella capacità del disco di emozionarsi di più: il valzerino maliconico di Other boys, ad esempio, o la folkeggiante Singing time (pure questa condotta a luci basse), mostrano un’emotività che trascende il sapiente gusto estetico-architettonico delle partiture e ti entra dentro subdola, inaspettata. Insomma, la Friedberger è qui un po’ meno maestrina di gusto indie e più cantautrice: in questo senso, la partnership con Harding è stata salutare, ha portato un po’ più di scioltezza nell’approccio alla composizione (anche se i due hanno collaborato a distanza, con uno scambio reciproco di demo).

Certo, i (primi) Fiery Furnaces erano un’altra cosa – più accattivanti, più intriganti, ma tant’è: se indie pop deve essere, allora che sia questo indie pop. Quello, cioè, della ballad soul I don’t want to bother you, della bossa nova di Echo or encore, della frizzante When I knew (per cui Zooey Deschanel probabilmente ucciderebbe). Gli arrangiamenti, al solito, sono creativi, ma non riducono la melodia al ruolo di comparsa: il sax, ad esempio, è ben in sintonia tanto con il tessuto acustic folk di I am the past («I’m millions hellos and one last goodbye») che con l’upbeat in stile Motown di She’s a mirror, e la chitarra sgomitante e frenetica di Stare at the sun fa metà del lavoro da sola. Le basta poco alla Friedberger, insomma: un arpeggio nel punto giusto, e I’ll never be happy again si carica di echi suggestivi.

Ecco: Personal records è un disco carico di suggestione. In questo stanno la sua forza e la sua ricchezza, in grado di oscurare persino i cliché che qua e là fanno capolino. La Friedberger, insomma, è tornata.

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