Primal Scream – More light

Tutti le band, i musicisti, hanno un disco-spauracchio con cui dover eternamente i conti nel corso della loro carriera. Nel caso dei Primal Scream, il feticcio è Screamadelica, 1991, disco tra i fondamentali per quanto riguarda la fusione tra elettronica e rock. Dopo, forse ancora intossicati dalla scia di quel trip visonario, gli occhi abbagliati dai fuochi di una commistione unica tra psichedelia e house, Bobby Gillespie e compari hanno stentato un po’. Soprattutto, hanno faticato a rinnovare la propria voce in forme ugualmente efficaci. Fortuna che c’à More light a rimettere le cose a posto.

È dai tempi di Xtrmntr (2000) che la band scozzese non faceva un disco così convincente. Politico, barricadero anzi, e ricco di idee, More light è anche il primo album registrato da Gillespie interamente sobrio («la droga mi ha incasinato la vita, ha fatto del male a me e ai miei cari», ha dichiarato in un’intervista). Ovviamente non è un caso: le tredici tracce mostrano squarci di brillantezza lucida, consapevole. Soprattutto, ritrovano l’ambizione dei bei tempi, quell’idea di rock visionario sporcato di synth e capace di scendere a patti con soul, blues, folk, jazz e quant’altro. Le partiture sono stratificate ed eterogenee: pure troppo, nel senso che, come per un eccesso di generosità, tavolta suonano un po’ ridondanti. Ma tant’è, è una smania comprensibile, uno slancio genuino e dunque perdonabile.

2013, sax suadente, grinta da vendere e la chitarra di Kevin Shields, è l’attacco giusto, il primo morso alla mela di una rinnovata libertà creativa, che fa tesoro della lezione del passato (Roxy Music, il Bowie di Low). Il trip si snoda lungo le complesse River of pain, un folk dilatato, come in trance e “risvegliato” da archi opulenti e cinematici, e Relativity, a metà tra un raga rock martellante e una liquida ballad cullata da un sitar, con il sax a dettare legge (e a strillare in Hit void) e un’ospite di peso come Robert Plant a rendere ancor più gustoso l’Elimination blues. Lo spettro emotivo, abbiamo detto grintoso, veemente, portato all’arringa rabbiosa, accoglie anche la malinconia (beatlesiana) di Walking with the beast e lo spirito più “leggero” (si fa per dire, visto il testo: «people circle like vultures waiting for someone to break») di It’s alright, it’s ok, una chiusura in chiave rollingstonesiana.

«What happened to the voices of dissent / Getting rich, I guess?», canta Gillespie in 2013 e quasi lascia trapelare una specie di autocritica. Le successive dodici tracce, tuttavia, sono una convincente “excusatio non petita”, ottima per dissolvere i dubbi circa lo stato di salute e rilanciare la carriera di una band finalmente libera da ogni spauracchio, Screamadelica incluso.

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