Tales of a grass widow è la dimostrazione lampante dello smarrimento (definitivo?) delle CocoRosie. Dopo The adventures of Ghosthorse and Stillborn (2007) e Grey oceans (2010), serviva ritrovare il filo della forma-canzone, smarritosi dietro un’inventiva troppo frammentaria e caotica, ma senza rinunciare alla sostanza: invece, ecco che le due sorelle Casady se ne vengono fuori con una manciata di canzoncine stucchevoli, finte naïf, concentrato dei loro più triti cliché.
Tales of a grass widow si muove in quell’antro fiabesco caro al duo, in cui storytelling, impegno sociale/spiritualità e decostruzione dei generi vanno a braccetto. Bianca e Sierra, con il collante del racconto di una conversazione tra una bambina abbandonata e un’anziana signora reietta, tracciano un parallelo tra infanzia abusata (soprattutto quella femminile) e maltrattamenti alla natura: lo fanno scomponendo hip-hop, folk, elettronica, reggae, opera e chi più ne ha più ne metta. La scrittura è sì più sobria e lineare rispetto alle recenti prove, più organica, ma permane il problema di fondo: un’indulgenza quasi senile, per paradosso esemplificata dalle vocals prepuberali di Bianca, irritanti nel richiamare forzatamente un’innocenza irrimediabilmente perduta.
In questo senso, il girotondo misticheggiante di After the afterlife, con quei beat hip-hop, i ricami di piano e il cantato etereo, è uno scialbo e sterile remake di buone intenzioni, mentre le comparsate di Antony Hegarty (Tears fon animals, Poison) sono mestiere puro e semplice, senza reale necessità. L’esotismo è l’altra componente del sound delle CocoRosie, ma i tribalismi di Child bride, lungi dall’evocare sentimenti primigeni o epifanie oceaniche, rimangono vittima di una grazia consunta, di un’affettazione che, rispetto al passato, neppure ha l’attenuante del brivido intellettuale. Un pochino più intriganti End of time (venata di reggae dopo un’apertura sospesa), Villain (più orientata al dancefloor) e Roots of my hair, che, pur giocando con le solite architetture minimali e un retrogusto afro, se non altro ha un’inconsistenza meno irritante del solito.
Il resto (a cominciare dal singolo Gravediggress, in cui la bambina chiede a un becchino di seppellire il suo amore sotto terra, per tenerlo al sicuro…) è pallido, sbiadito. CocoRosie ormai è un’insegna pretestuosa, dietro la quale si celano solo arzigogoli vuoti, nostalgia e innocuo misticismo, deludente persino per l’ultimo degli indie-fanatici.
