«Baciami, baciami come se fosse l’ultima volta!»; «Colpi di cannone! O è il mio cuore che batte?». Quando ad un film si riescono a perdonare dialoghi del genere, vuol dire che è praticamente inattaccabile. Ed in effetti Casablanca inattaccabile lo è per davvero. Teorie sull’autore, New Hollywood, 3D e digitale: in sessant’anni, niente e nessuno è riuscito a scalfire il fascino di un’opera semplicemente senza tempo – una delle poche veramente immortali tra quelle prodotte dallo Studio System negli anni ’40-’50. Lo sguardo malinconico/ferito di Bogart, le note di quella canzone («Suonala, Sam…»), la Casablanca brumosa in piena decadenza, la scena finale all’aeroporto: chi ha visto il film sa bene di cosa parliamo, e chi non l’ha visto lo sa comunque, ché quei piani, quelle battute, sono ormai parte integrante del vocabolario di cui si compone il nostro immaginario.
Ha detto bene Umberto Eco: «un cliché ci fa sorridere, cento ci commuovono». Michael Curtiz ha fatto un film composto interamente da stereotipi. A cominciare dalla trama, imperniata su un triangolo amoroso che si tinge di politica – quello tra Bogart, alias Rick Blaine, cinico gestore del Café Américain, Victor Laszlo, leggendario leader della resistenza cecoslovacca, e Ilsa, la moglie, nonché vecchia fiamma di Rick. La donna lo ha abbandonato mentre Parigi crollava sotto i colpi dei tedeschi (giugno 1940). Era già sposata, ma credeva che il marito fosse morto: quando le era arrivata la notizia della sua fuga dal campo di concentramento in cui era internato, aveva dovuto raggiungerlo. Un brutto colpo per Rick: ex contrabbandiere d’armi per gli etiopi sottomessi da Mussolini e combattente per la repubblica in Spagna, Blaine abbandona la politica per curarsi solo ed esclusivamente dei propri affari. Quando, un anno dopo, i due sposi, braccati dai nazisti, raggiungono Casablanca per cercare di fuggire negli USA, in Rick qualcosa cambia. Si scopre di nuovo innamorato (peraltro ricambiato), e per amore manda all’aria i suoi affari e aiuta Ilsa e Laszlo: sul più bello, però, rinuncia anche alla donna. «Tu appartieni a Victor», le dice.
L’addio, come dicevamo sopra, è impresso a chiare lettere nella memoria cinematografica di chiunque. La camera fissa sullo schermo i primi piani di Bogart e Bergman, il loro scambio sottolineato da una musica d’archi. Qui come nei precedenti 100 minuti del film, Curtiz fa esattamente tutto quello che ci si aspetta e mai un’effrazione: a confronto, Quarto potere di Welles, uscito solo un anno prima, pare venuto da un futuro remotissimo.
Film spudorato tanto nell’abuso di romanticismo che nella propaganda anti-tedesca, Casablanca fa appello alla chimica dei sentimenti e stravince, ritagliandosi uno spazio solo suo nella storia del cinema.
