Andrew Wyatt – Descender

Pop orchestrale e barocco per Andrew Wyatt: mica male per uno che, con i compagni dei Miike Snow, scrive e canta synth-pop. Descender è così: un sontuoso esercizio di orchestrazioni classicheggianti, architettato con la complicità dei 75 elementi della Filarmonica di Praga. Non (solo) un esercizio di stile, però: perché la scrittura è solida, il languore non abusato, la melodia si sposa bene con la sperimentazione senza slabbrarsi eccessivamente o suonare troppo cerebrale. Insomma, Wyatt si muove in bilico su quel filo che separa introspezione e autoreferenzialità: non fa acrobazie da ginnasta provetto, ma neppure precipita nel baratro sottostante del citazionismo più trito, mantenendo comunque una patina di classicismo che non guasta (Harry Nillson, Van Dyke Parks, Scott Walker e il primo Elton John i riferimenti principali).

And septimus…, There is a spring e It won’t let you go hanno gioco facile a imprimersi nella memoria: soffiano ora leggere e quasi trasognate ora più intense e malinconiche, sempre corrucciate da qualche patema sotterraneo, attratte dal proprio dark side. Il gusto sperimentale è particolarmente evidente nella strumentale title-track, ma innerva in realtà tutte le tracce: Horse latitudes, ad esempio, ad un tratto si congela e lascia spazio ad un soundscape sospeso, ventoso, mentre She’s changed si dipana ipnotica, percorsa da imprecisati sample vocali. Il tocco melò non è mai eccessivo e fine a se stesso: Harlem boyzz sfodera una melodia morriseyiana e una coda all’insegna di un vocalizzo languido. Intriganti anche i minimalismi di Cluster subs, che chiariscono come la distanza con i Miike Snow sia una questione di tavolozza e pennelli, non di mano.

Wyatt dunque ci propone un viaggio sonoro tra ricerca e introspezione, all’insegna di un romanticismo forse non così tormentato come lascerebbero presagire le note stampa, ma pur sempre articolato sopra la media. Lontano dalle svenevolezze, anche il suo falsetto mostra una maturità e una precisione sorprendenti. Gli ospiti (l’ex Libertines Anthony Rossomando, l’ex Interpol Brad Traux e John Herndon dei Tortoise) aggiungono a Descender un tocco in più, ma senza strafare. Eccola l’espressione giusta: Wyatt non strafà, si sporge sul baratro delle sue paure ma senza predere troppi rischi, ben attento a non mancare la presa con la terra: impossibile non pensare, però, che se avesse osato ulteriormente avrebbe regalato brividi più memorabili.

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