A discapito del nome “solido”, gli Houses (“casa” come edificio, non come focolare – quella è “home”) hanno un rapporto bizzarro, sicuramente molto libero con le loro abitazioni. La loro storia inizia nel 2010, quando Dexter Tortoriello e Megan Messina (chiare le origini, no?) unirono artisticamente le forze dopo aver trascorso tre mesi a Papaikou, Hawaii, lontano dalla civiltà: cose del tipo coltivare il proprio cibo e lavarsi con l’acqua piovana, per intenderci. L’esperienza servì da base per il primo disco, All night. In seguito, il trasferimento a Los Angeles e il passaggio dalla Lesfe alla più grandicella Downtown (la label di Cold War Kids, Miike Snow e Major Lazer, per intenderci). Tuttavia, la passione genuina per le atmosfere intimiste, un po’ trasognate e un po’ malinconiche, non ha cessato di innervare la musica del duo. Il nuovo disco, A quiet darkness, ruota intorno a delle case, appunto, ma quelle abbandonate, lungo la Highway 10 in California e divenute meta di vari pellegrinaggi della coppia, che vi ha registrato rumori ambientali da adoperare come fondale sonoro per il concept del disco. A quiet darkness, infatti, racconta una storia, quella di un uomo e una donna che, separati da un disastro nucleare, cercano disperatamente di riunirsi.
Il racconto si snoda lungo undici tracce, ciascuna “sceneggiata” in una diversa casa. L’architettura è scarna, quanto di più essenziale (o quasi) si possa immaginare per edificare una canzone: fraseggi minimalisti di synth e tastiere, loop ritmici, una spruzzata di chitarre, e le delicate armonie vocali di Dexter e Megan ad accennare le melodie. Nell’insieme sembra di ascoltare dei Coldplay riletti come gli Elbow, i Low o magari gli xx farebbero. Di momenti suggestivi ce ne sono. Beginning, ad esempio, lenta e malinconica: sul finale parrebbe animarsi, con i colpi di batteria e chitarra elettrica, ma rinuncia presto. Peasants apre con un pianoforte scuro, poco brillante: si arricchisce via via di beat sintetici, di una chitarra acustica e di un arpeggio elettrico. Smoke signals, solo voci ed elettronica, segna forse il punto di massima rarefazione dell’LP, sottolineando (come dopo anche la strumentale The bloom) il tratto ambient della scrittura del duo. Bella anche la chiusura, A quiet darkness, che nel tratteggiare il solito crescendo al ralenty compendia bene le altre tracce.
Il difetto di A quiet darkness, però, è la sua eccessiva omogeneità: all’amara parabola messa in scena dagli Houses avrebbe certo giovato qualche colore in più, qualche guizzo imprevedibile, che invece le tracce si guardano bene dal tentare, preferendo coltivare le proprie visioni spettrali in solitaria. Ad ogni modo, un lavoro interessante: teniamoli d’occhio questi Houses.
