Daft Punk – Random access memories

A quanto pare non ci salverà l’elettronica, e nemmeno i Daft Punk. La montagna, alla fine, ha partorito il classico (in tutti i sensi) topolino. Random access memories non è un brutto disco, tutt’altro, ma è parecchio al di sotto delle attese, alimentate da una campagna pubblicitaria, da un hype senza precedenti. Le tecniche? Quelle consuete: spot misteriosi, frammenti di singoli, falsi leak, la scaletta diffusa via Vine, teaser fantascientifici, a spianare la strada e a caricare di sentori messianici il ritorno sulle scene dei due francesi.

Come ha detto qualcuno, Thomas Bangalter e Guy Manuel de Homem-Christo dovrebbero essere “tornati indietro per andare avanti”. Insomma Random access memories doveva essere l’anello di congiunzione tra passato e futuro, e invece finisce con l’affrescare il solito presente un po’ vintage e un po’ autocelebrativo. Questo quarto album (quinto se si conta la colonna sonora di Tron: legacy) è un atto d’amore che Thomas e Guy tributano alla disco music storica e ai suoi eroi (Giorgio Moroder e Nile Rodgers, ospiti dell’LP): di riflesso, però, è un auto-omaggio, una pacca sulla propria spalla a complimentarsi per una classe enorme, in effetti senza rivali sulla scena elettronica attuale. A Random access memories manca il futuro, quello vero, che non è la divisa spaziale (firmata Saint Laurent) o un video su un’astronave: è la capacità di affrontare dritto negli occhi i moduli classici, di sfidarli, smembrarli, riassemblarli in forme che disconoscano le parentele. Gli manca dunque uno scarto con la vecchia scuola, è troppo conciliante, persino con i passaggi più barocchi del rock dei ’70 (leggi “progressive”), che forse più del funk e del groove danzereccio ne costituiscono l’anima (e non è un caso che Instant crush sia più di una citazione di Eye in the sky di Alan Parson).

L’equivoco, quindi, è quello di un lavoro “avanguardistico”: superatolo, l’ascolto è indubbiamente piacevole. A cominciare dal primo singolo, Get lucky, scintillante, ottimista, sfacciato, con Pharrell Williams e Rodgers in stato di grazia. Buone anche Giorgio Moroder, tra spoken word (di Moroder, appunto) e sintetizzatori di trent’anni fa, e le disco-funky Give life back to music e Lose yourself to dance (anche qui con Rodgers e Williams). Il resto, malgrado il dispiego dell’immancabile vocoder e i groove millimetrici, affonda le radici nel musical (Touch, Beyond), e non solo per le orchestrazioni sontuose, quanto per una questione di dinamiche sonore e di approccio spettacolare. Intrigante, certo, come intriganti sono anche Motherboard (cinematica, con chitarra acustica, flauto e archi), l’epica spaziale di Contact e l’electro di Doin’ it right (ft. Panda Bear). Niente che non si sia già sentito, però, e poco che giustifichi tanta sensazione intorno ad un disco il cui valore, alla fine, è più quello di testimonianza di un’epoca “retromaniaca” che non artistico.

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