Rob Zombie – Le streghe di Salem

Le streghe di Salem di Rob Zombie è un parto doloroso in forma di lungo incubo. Tutto il film stabilisce un rapporto ipnotico con lo spettatore, trasferendo così all’esterno il potere mesmerizzante di un vinile che la misteriosa band The Lords (“I Signori”) invia ad una dj di provincia, Heidi Hawthorne (chiare le ascendenze letterarie, no?). Come la poveretta precipita lentamente in un deliquio orrendo, allo stesso modo lo spettatore è rapito dalla bellezza gotica e rarefatta delle immagini cesellate da Zombie (e dal direttore della fotografia Brandon Trost), che costringe così chi guarda a tenere sempre gli occhi aperti malgrado la sua volontà. “Opera della maturità” è un’espressione banale e dunque quasi mai rende giustizia, tuttavia nel caso di questo sesto film del rocker Haverhill, Massachusetts, non è del tutto fuori luogo adoperarla. Rispetto all’accoppiata La casa dei 1000 corpi La casa del diavolo, ad esempio, ci sono meno eccessi, il racconto è meno ironico e più ombroso, lugubre: del resto, già il reboot della saga di Halloween (due episodi, The beginning e Halloween II, diretti tra il 2007 e il 2009) aveva spinto il regista a mettere da parte certe ossessioni fumettistiche per cimentarsi con una riflessione più matura, appunto, sul tema del male assoluto.

Le streghe di Salem, come da titolo, si riallaccia alla vicenda del processo alle streghe che ebbe luogo nella cittadina USA nel 17° secolo (e da cui Arthur Miller trasse la pièce Il crogiuolo): da lì, Zombie sviluppa un discorso sensuale e conturbante (Heidi è incinta del demonio), nel senso dell’orrendo rapimento difronte alla “bellezza” del Male, una calamita irresistibile. Il “MacGuffin” del caso (poteva essere altrimenti?) è un disco – un vinile, per la precisione: la musica dei misteriosi Signori di Salem scatena richiami ancestrali che, in Heidi, generano un terribile malessere, psichico e fisico al tempo stesso. Così, tra flashback di antichi e perversi riti stregoneschi, spaventose (sul serio) apparizioni e allucinazioni blasfeme, la bella Sheri Moon Zombie si trasforma in un mero corpo, cioè nell’involucro svuotato di ogni volontà che ospita l’Anticristo.

La citazione, evidentemente, è da Rosemary’s baby di Roman Polanski, ma non mancano riferimenti anche a Shining, L’esorcista e a tutta la cinematografia/letteratura di genere. Quel che stupisce, però, è l’abilità di Zombie di incanalare i riferimenti in un discorso poetico più che mai personale. L’ambizione è enorme, ma soprattutto è adeguatamente supportata da un talento cristallino, così preso dall’esplorare certe zone oscure da disinteressarsi della mera provocazione (cosa che rende ancor più ridicola la “scomunica” della Chiesa). Un film splendido, tra gli horror migliori degli ultimi 10 anni almeno.

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