Ecco una band che non sbaglia mai un colpo, i National. Fanno storia a sé, puoi metterli sullo scaffale dove tieni i Leonard Cohen e i Nick Cave e non farli sfigurare. E il discorso vale anche per quest’ultimo disco, Trouble will find me, più che mai culmine di un percorso. Dopo il tour e i concerti via via più grandi, il documentario e la performance al MoMA seguiti al successo di High violet (2010), la band si dimostra immune da ogni tentazione leziosa o autoindulgente. Ecco perché i National sono ancora qui, ed ecco perché possono permettersi di fare un disco come Trouble will find me, infarcendolo di star dell’indie (Sufjan Stevens, Richard Reed Parry degli Arcade Fire, St Vincent e Sharon Van Etten) ma senza perdere neppure un millimetro in personalità e in coerenza.
Trouble will find me è un perfetto esempio di come nulla accada per caso. Nasce da lunghe veglie notturne del chitarrista Aaron Dessner, legate alla nascita di un nuovo figlio. Il relax non poteva che arrivare dalle session in studio di registrazione, dove Dessner si divertiva a buttar giù qualche idea (nonostante non fosse in programma un album per almeno un altro anno). Il nuovo materiale rivelava da subito una qualità diversa rispetto al passato: era meno cerebrale, più istintivo. «Potevo sentirlo subito a livello viscerale», spiega il cantante Matt Berninger. Trouble will find me è insomma una specie di camera di decompressione dallo stress, dal successo, dalle insicurezze: Berninger stesso ha spiegato come la band finalmente si sia sentita di non dover dimostrare più nulla a nessuno.
Ciononostante Trouble will find me non è un disco piatto o banale. Conserva quella solenne malinconia cara al gruppo, ma è meno fatalista (anche nei testi) e musicalmente riscoprire un tocco più “americano”, orbisoniano quasi. Le tredici tracce fanno come sempre dell’intensità il loro marchio di fabbrica, che si muovano sul versante folk (I should live in salt e Fireproof, con arpeggio à la Simon & Garfunkel) o che accelerino in direzione post-punk (Sea of love, condita da un’armonica dylaniana). Nel complesso, Trouble will find me non è un lavoro aggressivo: sguazza nel mare del suo languore al ritmo di una lenta bracciata, immergendosi di tanto in tanto solo per ritrovare la bellezza dello slancio che dall’apnea conduce alla luce. Graceless, Don’t swallow the cap, This is the last time e Demons lambiscono il sublime, fanno dei loro “demoni” (appunto) poesia, anche qui distillata con cura, senza proclami roboanti. Persino il baritono di Berninger appare più chiaro.
Trouble will find me è insomma un disco “pacificato”: convive con i suoi dolori, ma non li neutralizza, non li trasforma in parodia, e per questo finisce per guadare oltre, ad un futuro carico di nuove, stimolanti sorprese.
