«Wisdom’s a gift / But you’d trade it for youth», canta Ezra Koenig in Step, terzo snodo della tracklist di questo Modern vampires of the city. È uno di quei versi che dice più di mille note stampa e che introduce alla perfezione il nuovo lavoro dei Vampire Weekend. La chiusura di un cerchio, sicuramente di una trilogia, il ritorno nella “loro” New York dopo il peregrinare meta-musicale dell’omonimo debutto e soprattutto di Contra (2012). I fan della prima ora possono stare comunque tranquilli: il disco si nutre delle stesse passioni e suggestioni sonore dei precedenti lavori, tra esuberanze post-punk, aromi afro-esotici e ruffianeria pop. L’impressione, tuttavia, è di un maggior controllo, di una maggiore messa a fuoco, di una ricercatezza che fa rima con uno scavo più profondo nei testi e con qualche accenno persino più “dark”.
Modern vampires of the city non è un disco perfetto. Soffre di un qualche deficit in fase di scrittura che lo imprigiona nel suo rigore geometrico, nella sua raffinatezza, nella precisione delle trame di piano, harpsichord, tastiere, organi, chitarre (più o meno vintage), che tolgono un po’ di profondità, di autentica emotività. Il disco parte alla grande: Obvious bicycle, Unbelievers, Step e Diane young calano un poker davvero brillante. Più delicate la prima (coretti stile Fleet Foxes e sentori gospel) e la terza (un hip hop condito con harpsichord); Unbelievers, invece, con il suo organo e le tastiere ariose che accennano persino un motivo celtico, e Diane young, si collocano sul versante più nervoso-allegrotto, sebbene parlino di fede (fondamentalismo) e morte. Deliziosamente instabile è anche Finger back, mentre Everlasting arms scimmiotta un inno religioso del 19° secolo, Leaning on the everlasting arms, ma a modo suo, con tanto di percussioni tribali e chitarrine funk. Ya hey (nel titolo riecheggia “Yahweh”, il dio ebraico) è un altro numero d’innegabile grazia, scurito dalla seguente Hudson, racconto spettrale dal retrogusto dub sulla morte di Henry Hudson, scopritore nel 17° secolo dell’omonima baia e probabilmente fatto fuori nel corso di un ammutinamento.
I Vampire Weekend, insomma, non smettono di viaggiare. Si muovono nelle terre del loro immaginario e dunque di un presente postmoderno ricchissimo ma un pelo piatto, che cesella le sue emozioni con eccessiva parsimonia. «I not excited / but should i be?», canta Koenig in Unbelievers: volessero davvero lasciarsi andare, i Vampire Weekend, potrebbero farci divertire molto di più.
