Tratto dal romanzo di David Benioff, La 25ª ora di Spike Lee fu uno dei primi lungometraggi a mostrare Ground Zero dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e la caduta delle Twin Towers (il padre del protagonista è un ex vigile del fuoco, i cui ricordi sono strettamente legati al tragico episodio). Monty è uno spacciatore di droga. In seguito a una soffiata, viene ritrovata nel suo appartamento una grossa partita di eroina e per questo il ragazzo è condannato a sette anni di prigione. Ci sono ancora ventiquattro ore da vivere come uomo libero, ore importanti in cui Monty dovrà confrontarsi con le persone che gli sono più care, dal padre alla fidanzata e gli amici. La venticinquesima ora è quella che decide il suo futuro: Monty non vuole andare in carcere, anche perché ha paura che lì possa accadergli qualcosa di brutto. Opterà per il suicidio, la fuga, o lascerà che la sua sorte si compia fino in fondo?
In un incazzatissimo monologo, Monty se la prende con chiunque per il suo destino avverso. Il quel monologo di cinque minuti, il protagonista traccia un ritratto dei vari gruppi etnici che vivono nella Grande Mela, illustrandone le principali attività e i tratti fisici o comportamentali più caratteristici. Non manca un attacco ai “ragazzi” di Wall Street, agli omosessuali, alle signore dell’Upper East Side, ai poliziotti, alla Chiesa, fino ad arrivare a Osama Bin Laden. Infine, Monty lancia la sua invettiva contro i suoi migliori amici, contro la ragazza e contro il padre, con il suo «insanabile dolore». Eppure, il monologo si conclude con Monty che si specchia e si maledice, essendo l’unico, vero responsabile della sua condanna.
La 25ª ora è uno dei migliori film di Lee, principalmente per due aspetti: il primo riguarda la perizia del regista nel ritrarre a tutto tondo una città complessa come New York, le cui sorti sembrano metaforicamente coincidere con quelle di Monty; il secondo – strettamente connesso al primo – riguarda la costruzione di quella specie di limbo che accoglie il protagonista prima dell’ora fatale: come per New York la 25ª ora è rappresentata dall’impatto degli aerei contro le torri, così per Monty potrebbe diventare la porta della cella che si chiude alle sue spalle. È come un gong su cui si è battuto un colpo, il cui eco riecheggia ancora per qualche istante, per ricordare che da quel momento in poi la vita non sarà più la stessa e che non è possibile tornare indietro. C’è ancora un attimo prima del momento decisivo, in cui sembra che le carte possano essere rimescolate e tutto essere messo in discussione: è solo una frazione di secondo, poiché non si può sfuggire a ciò che la vita ha deciso per noi, consci che a portarci a un ineluttabile punto sono state le nostre sole scelte.
