«If you close the door, the night could last forever», cantavano i Velvet Underground in After hours. E la notte vissuta da Paul Hackett (Griffin Dunne) nell’omonimo film di Martin Scorsese (in italiano ribattezzato Fuori orario), fatta di porte che si aprono e si chiudono su scenari sempre più surreali, sembra davvero infinita.
Il prologo è volutamente prevedibile. Bastano poche inquadrature per sintetizzare la vita di Paul. Un lavoro da programmatore, una casa vuota sui toni del beige, un divano in cui mimetizzarsi, un pasto solitario in una tavola calda in compagnia di una lettura più o meno trasgressiva. Proprio lì avviene l’incontro con la bella Marcy (Rosanna Arquette). Pensiamo di sapere esattamente cosa stia per succedere. Un paio di frasi, qualche sorriso, il numero di telefono prontamente sfruttato da Paul appena tornato nel suo appartamento. Marcy lo invita la notte stessa a casa della sua amica Kiki (Linda Fiorentino), nel quartiere newyorkese di Soho. Il successivo percorso in taxi, frenetico e zigzagante, preannuncia la svolta verso gli imprevedibili sviluppi del film. Paul infatti verrà trascinato dagli eventi in una vorticosa peregrinazione notturna. La propria casa diventa presto il luogo desiderato e al tempo stesso impossibile da raggiungere. Gli incontri con alcuni strani personaggi segnano le tappe di un percorso che sprofonda gradualmente verso l’allucinazione.
Scorsese ha contribuito a costruire l’immaginario su New York come pochi altri registi hanno saputo fare. Anche in questo caso il quartiere di SoHo richiama le caratteristiche della metropoli. C’è lo spaesamento legato allo spazio labirintico da cui non si riesce ad uscire, ma anche la contemporanea presenza di elementi appartenenti ad epoche temporalmente ben definite. Paul viene spinto in una serie di luoghi sconosciuti, ognuno dei quali rappresenta lo stile di un diverso decennio della cultura americana nel secondo Novecento. In questo caso non si tratta soltanto di rappresentare la perdita d’identità di un personaggio. Paul ne è privo fin dall’inizio. Ciò di cui si spoglia nel corso del film è la propria essenza di essere umano. L’individuo viene spersonalizzato dalla città metropolitana, diventando una cosa in mezzo ad altre cose. Nulla può sollevarlo da questa sorte. Non l’arte, ormai mercificata e priva della tradizionale dimensione ‘auratica’. Né l’elemento femminile, incontrato in maniera fallimentare in ogni sua tipologia.
Fuori orario è l’odissea urbana di uno sprovveduto che sperimenta per una notte la fuga dalla produttività e dalla logica del tempo diurno. Quando spunta l’alba però il cerchio si chiude e la città sputa fuori il suo nuovo prodotto, che tra la polvere e lo sguardo attonito è pronto a rimettersi all’opera.
