Junip – Junip

Gli Junip sono un trio svedese guidato da un songwriter d’origine argentina (José Gonzalez) che suona il folk con le tastiere, ma senza rinunciare al groove. Un bel pasticcio, insomma: del resto, in quest’epoca di commistioni selvagge, ricche, colorate, è il minimo. In effetti, la formula che il terzetto sviluppa è avventurosa solo sulla carta: in realtà, tutto coagula in una manciata di canzoni gradevoli, atmosferiche ma non particolarmente incisive, che rimangono sempre al livello di promessa.

Anche in questo senso (e non solo nell’impostazione complessiva), l’omonimo secondo album della band ricalca il predecessore, Fields (2010): entrambi giocano una partita discreta, timida, non soffrono e nei momenti decisivi tirano sempre indietro la gamba, quasi senza farsi accorgere. Your life your call è leggerina, strizza l’occhio al soul, ma con qualche retrogusto (che si fa evidente nel riff di tastiere) etnicheggiante: è graziosa, ma niente per cui valga la pena strapparsi i capelli. Line of fire, tra chitarre acustiche e orchestrazioni sintetiche, evidenzia una bella combinazione di senso melodico e ritmico, in effetti il leitmotiv del disco – vedi Walking lightly, con un groove “straniero” che certo non dispiace, ma che, anche qui, non segna il tessuto armonico come dovrebbe. Ed è tutto da vedere se potrebbe, in effetti. Sembra, infatti, che la scrittura di Gonzalez sia naturalmente inoffensiva, viziata all’origine da una leggerezza che non è del tratto ma del concetto. Le dieci tracce di Junip, infatti, dicono esplicitamente che al nostro non interessa scavare chissà quanto a fondo ma al contrario mostrare la superficie, che sia del blues (So clear, Beginning), dell’alternative country (Suddenly) o appunto del folk. Gonzalez si sofferma ad ammirare il lucchichio di qualche accordo suggerendo connessioni che la musica sceglie di non seguire, ma sembra una scusa, una dichiarazione di impotenza travestita da programma.

È insomma nella natura di Junip “accontentarsi” (era evidente anche in Fields, del resto) di sbirciare al di là del confine che separa acustico ed elettronico senza avvertire la necessità di fare un balzo. C’è una specie di codardia, in questo, che non rende ben omaggio alle premesse e alla biografia “postmoderna” di Gonzalez, uno stillicidio di “non voglio” che (s)mascherano, impietosi, “non posso” che tuttavia non valgono come giustificazione e, soprattutto, non rendono più attraente questo disco medio, ordinario, persino un po’ provinciale.

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie