Iggy Pop è virtualmente inaffondabile. Di anni ne ha 66, ma il fisico e soprattutto la testa sono quelli di un ragazzo (va be’, non esageriamo, ma quasi). Ready to die, registrato con i sempiterni Stooges (James Williamson, Scott Asheton e Mike Watt), è un ottimo ritorno, non paragonabile alla sorprendente rentrée del compagno di avventure berlinesi David Bowie, ma comunque un disco vigoroso, caldo, con quell’attitudine cinica e stradaiola che fa fatto dell’Iguana il padrino di tanto rock moderno.
“Non siamo i fottuti Smashing Pumpkins, non abbiamo bisogno di salire su un palco e trastullarci per fare una barca di soldi”, aveva spiegato Iggy qualche tempo fa. E la dichiarazione, al di là delle pose obbligate dello showbiz, suona in effetti autentica ad ascoltare le dieci tracce di Ready to die. Si percepisce chiaramente la voglia di Iggy e dei suoi di suonare, di macinare accordi e slogan rock (a cominciare dal titolo del disco) che sulle labbra di tutti suonerebbero come cliché ma che su quelle del frontman assumono il retrogusto dello sberleffo sardonico, dello schiaffo “punk”. Burn, Sex and money, Job e Gun, recitano i titoli dei primi quattro brani, che si succedono senza sbavature, incendiari appunto, intonati da un crooner cavernoso, tra accenni stonesiani (Job) e sassofoni (Andy Mackay) che, pur senza le asprezze free jazz, rimandano ai bei tempi del capolavoro Fun house (Sex and money).
“I’m just a guy with a rock star attitude / I got no belief and I got no gratitude”, canta Pop, e “I’m looking for a reason to live / sex and money”; addirittura, Dd’s è un’ode alle taglie di seno abbondanti, ma non tutto può essere come quarant’anni fa. Il vecchio compagno di scorribande Ron Ashton, ad esempio, non c’è più: è per lui che il vocalist intona le più acustiche Unfriendly world e The departed, tra Leonard Cohen e soprattutto Lou Reed.
Nostalgia, polemica politica (Gun, sulla diffusione delle armi negli USA), divertimento e qualche tentativo di mescolare le carte (i ritmi ipnotici di Dirty deal, la ballad con cori femminili Beat that guy): gli Stooges fanno insomma quello che sanno fare, quello che devono, e lo fanno bene. La prima metà del disco è inevitabilmente la migliore, ma Ready to die si ascolta comunque tutto che è un piacere. Più che al vuoto e stanco The weirdness (2007), guarda direttamente a Raw power (e forse anche a Kill city). Non possiede la carica rivoluzionaria del primo, ma pone Iggy di nuovo al centro del mirino (vedi copertina), il che non può che essere un bene.
