La fatalità: come sbagliare fermata del treno e conoscere l’altra metà della mela (artistica). Greg Hughes ha trovato così Tessa Murray, la vocalist grazie alla quale prendono forma le graziose visioni dream-pop degli Still Corners. Graziose e meravigliosamente fuori dal tempo, impegnate a rincorrere anche in questo secondo disco i fantasmi di Cure, Cocteau Twins, Modern English e via di seguito, ma senza nostalgie o scialbi calligrafismi. Rispetto al predecessore, Creatures of an hour, Strange pleasures è più arioso, curato, più pop. Morbidamente epico e cinematico, con un retrogusto malinconico, si muove di pari passo con l’autobiografia del suo creatore indiscusso, Hughes. Creatures of an hour nasceva dalla fine di un amore: solitudine, dolore, sofferenza, persino morte, i suoi temi. Strange pleasures è una boccata d’ossigeno, uno sguardo più aperto, una confessione fiduciosa in cui istinto creativo e amore si saldano.
È però anche un disco studiato: Hughes ha dichiarato di non aver lasciato nulla al dettaglio, di aver definito perbene ogni passaggio della fase produttiva. Non per soffocare l’istinto, ma per guidarlo meglio. Ecco da dove viene fuori la splendida The trip: un viaggio, appunto, tra minimalismi, chitarrine à la Robert Smith e via via leggermente dissonanti, e synth che fasciano tutto come archi. Pulsante ed ipnotica, Beginning (sospinta come la precedente da uno strumming acustico) ha dalla sua una “profondità leggera”, una specie di immediatezza istintiva che sembra celare sensi e armonie più profonde: i cliché dei classici ci sono tutti, ma Hughes è capace di padroneggiarli in modo personale. Suggestiva e ariosa è anche Fireflies, con drum machine che più Eighties non si può. Alcuni episodi del disco denotano un appeal chiaramente da dancefloor: ascoltare per credere Berlin love, Beatcity e Midnight drive, che forse non avrebbe sfigurato nella soundtrack di Drive di Nicolas Winding Refn.
La title-track si distende sinuosa, notturna e spettrale. Più ipnagogica e zuccherosa Future age, un fuoco pirotecnico di sintetizzatori e beat tribali mediato dalle vocals eteree della Murray e dai droni celestiali in sottofondo. Going back to strange, invece, la butta sul folk, e non sbaglia.
Del resto, Hughes finora le ha azzeccate tutte: come puoi sbagliare se ti affidi all’istinto con la consapevolezza della ragione. La tecnica, per una volta, è dalla parte dell’uomo: Strange pleasures è la naturalezza e il cuore del pop che l’elettronica trasporta verso i lidi desiderati. Nuove terre, nuovi amori: sicuri ancora che esistano gli sbagli?
