Fever to tell: correva il 2003 e gli Yeah Yeah Yeahs bruciavano (si fa per dire) d’urgenza comunicativa. Giocavano con chitarre e batterie post-punk, garage e no-wave di trent’anni prima, ma lo spirito era genuinamente indie e moderno: più che la febbrile Tick, però, era la sofisticata e grintosa Maps a imprimersi nella memoria e a consegnare l’immagine di una band magari ancora acerba ma promettente. Dieci anni dopo, possiamo dirlo, la bolla s’è sgonfiata: un po’ perché è crollata quell’euforia per il sound della New York degli anni Zero, un po’ perché Karen O e i suoi c’hanno messo del loro e si sono un po’ persi. Hanno cercato di variare, imbastardendo suoni e strutture con elettronica e beat danzabili (It’z blitz!, 2009), ma l’immediatezza e il tratto accattivante di quel disco di debutto gli Yeah Yeah Yeahs non li hanno più ritrovati.
Anche Mosquito se ne tiene (programmaticamente) al largo. È il loro album più sperimentale, gioca con le tecniche di produzione e la spazialità del dub senza rinunciare, però, a psichedelia, gospel e minimalismi assortiti. Tuttavia non brilla particolarmente, fa fatica ad imprimersi, a causa di una specie di usura melodica che condanna episodi anche intriganti come Sacrilege al ruolo di graziosi comprimari. Il problema è quello solito, insomma: le buone intenzioni ci sono, la tecnica pure, manca la freschezza, il guizzo imprevedibile, in grado di dare sostanza alle sospensioni atmosferiche di Subway (percorsa dal sample di un treno della metro), ai droni di Always o al taglio cinematico di Under the earth (riff di tastiere dagli occhi a mandorla). La title-track, ad esempio: dispiega drumming tribali/guerreschi, chitarre acuminate e una sceneggiata istrionica di Karen O, però è ben lontana dal vibrare il colpo mortale.
Occasioni mancate anche il crossover rap di Buried alive (ft. Dr. Octagon e con James Murphy alla produzione), che più che altro sembra sia finito lì per caso, e la più delicata Wedding song, mentre These paths ha dalla sua un’ambiguità, una sensualità febbrile, che ne riscatta le debolezze strutturali e l’andamento monocorde. Efficace pure Area 52, un garage-rock sporco e visionario nel solco degli Stooges. Anche in questi casi, però, permane l’impressione di una fastidiosa “piccolezza”, di un deficit di autori(ali)tà che confina ancora una volta gli Yeah Yeah Yeahs nel novero di quei tanti e velleitari tentativi in circolazione, portatori di uno Zeitgeist che è il trionfo dell’autoreferenzialità, la condanna perenne all’incapacità di rappresentare altri che se stessi.
