James Blake – Overgrown

Lo stile e la maniera. Il primo LP omonimo (2011) era lo stile, questo Overgrown la maniera. Il titolo non mente: James Blake è cresciuto e pure troppo. Il suo post-dubstep, post-soul, post-gospel e post-tutto si è trasformato in un bozzettismo sonoro che cura il dettaglio fino alla mania ma si lascia sfuggire l’insieme. Da questo punto di vista, il secondo album dell’inglese è un manufatto iper-tecnico, al di là dei toni angelicati, della malinconia profusa a piene mani, degli slanci cosmico-lirici: sembra così preoccupato di trovare sulla tavolozza il colore giusto da scordare il motivo della ricerca.

Overgrown è raffinato, intimista e dimesso per il gusto di essere raffinato, intimista e dimesso. Gli manca, insomma, quella profondità polisemica che contraddistingueva il predecessore, la sua capacità di porre questioni sconcertanti con una semplicità altrettanto disarmante (c’è vita oltre il soul/anima?). In questo senso Blake è “overgrown”: la sua è una scrittura che rifiuta ogni forma per cercare a tutti i costi l’emozione pura, la rappresentazione dell’emozione. Ma l’emozione non si cerca e non si rappresenta – al massimo si evoca. La title-track fa capire subito che aria tira, non perché offra, come pure fa, gli ingredienti che ritroveremo anche in seguito, ma perché quell’elettronica un po’ liquida e un po’ acidula, quei beat appena accennati, il falsetto ferito, si mangiano tutto il resto (“I don’t wanna be a star / but a stone on the shore”), catturano ogni attenzione possibile, si fanno centro di gravità di una deriva permanente, di una crisi congelata, che nega ogni dialettica o conflitto e dunque è sterile. Non ci sono rivolgimenti nel mondo di Blake, o rivoluzioni: solo un eterno candore. Prediamo i featuring, ad esempio. L’incontro con RZA in Take a fall for me si digerisce piuttosto agevolmente, perché il gospel di Blake è un contenitore che virtualmente può inglobare qualsiasi cosa senza farsi snaturare, senza farsi minimamente contaminare, dunque arricchire. Idem per Digital lion, collaborazione con Brian Eno: non ci fosse tra i crediti, chi ne riconoscerebbe la mano? È ambient, è reggae, è tutto, è una macchia di Rorschach.

Che Blake sia capacissimo e padrone del mestiere lo dimostra più di tutte Voyeur, un incastro spettacolare in crescendo di loop ritmico-vocali, seguita a ruota da To the last, che sfinisce i tratti somatici del soul e, soprattutto, ne stravolge l’essenza, impedendo al pathos di concretizzarsi sul serio. La riprova che il nostro fatichi a imprimere un senso suo è in Our love comes back, la classica ballata piano e voce (sporcata giusto da qualche interferenza) che vive solo all’interno delle emozioni stereotipe che elargisce con grazia inappuntabile.

Blake non si sporca le mani, insomma: la sua visione è puramente musicale, vive e si nutre di suoni slegati da ogni contingenza, necessità, desiderio. Un paesaggio fluttuante e sempiterno che rifugge il tempo e il calore della vita, una debolezza facile da scambiare per “classicità”.

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