Hanno studiato, i Knife, per preparare Shaking the habitual. L’idea era quella di riflettere sulle odierne categorie del potere – genere, razza, classe, sessualità – partendo da un interesse (documentato da opportune letture) per tematiche femministe e legate ai “queer studies”. Curiosità che, musicalmente, si è combinata con un approccio da jam session, inedito per due come Olof Dreijer e Karin Dreijer Andersson, abituati a smanettare con i computer. Stavolta però era diverso, c’era una posta in ballo troppo alta: “scuotere le consuetudini”, appunto, rimettere in discussione concetti abitudinari e ormai vuoti. Per farlo, se si vuole farlo sul serio, niente è più importante che cominciare da se stessi.
Old dreams waiting to be realized, “sogni che aspettano di realizzarsi”, recita il titolo di quello che è il cuore di Shaking the habitual: 19 minuti di droni oscuri, terrificanti. Non sboccia né esplode mai, prende il suo tempo, si distende immota, a tratti irreale (i synth che balbettano a metà), carica di visioni indecifrabili. Anche A cherry on top è metafisica pura: una nube che si spande lentamente, incapace di condensarsi in null’altro che un rintocco stonato, in un vociare solenne e decadente di fantasmi. La suggestione è potentissima, eppure ottenuta con un dispiego di mezzi minimo: Fracking fluid injection è tutta in un nugolo di vocals in delay e di loop, ciononostante s’insinua perturbante nello spiraglio sottilissimo tra estasi ed agonia, lì dove giacciono gli archetipi junghiani e i traumi infantili. Non è questione di durata: anche le brevissime Crake e Oryx, entrambe sotto i 55”, posseggono una qualità straniante dirompente e chirurgica.
Altrove, invece, l’elemento ritmico torna padrone, declinato in forme che ibridano modernità techno-house (seppure “old school”) e antichi richiami tribali: in tal senso, Networking, Stay out of here e Wrap your hands around me rappresentano la filiazione delle più ancestrali A tooth for an eye e Without you my life would be boring. In tutti i casi, la prova del DNA evidenza un alto tasso di mistero, di sensualità febbrile e insieme un respiro vitale che nessuna struttura di potere o genere (vedi A tooth for an eye e il suo bellissimo video) potrà mai ingabbiare.
Con Shaking the habitual, insomma, i Knife si distaccano dai labirinti techno-mistici e dalle forme pop trasognate del precedente Silent shout (2006): o meglio, vi si immergono appieno, dilatando le trame sonore e coniugando magia, estetica e metodo. Shaking the habitual non si limita a predicare bene e razzolare male, sceglie la libertà creativa per tratteggiare un mondo fuori dagli schemi, senza precipitare nell’errore del pistolotto o del trattato moralista. Magari eccede, è imperfetto (98 minuti sono troppi), ma è senz’altro nello e coraggioso come poche cose in circolazione.
