“Do it yourself”: era il comandamento sacro del punk storico, ma è sopravvissuto alla sua morte e all’estetismo esasperato del new-pop incarnandosi nella scena indie degli anni ’80 – primi ’90. Ed è proprio a questa tradizione che si rifà Mr. Bored Nothing Fergus Miller, anche nella parabola artistica: vagabondo, faceva musica rigorosamente in forma di cassette e demo casalinghi che puntualmente distribuiva gratis lungo le tappe del suo girovagare, novello Daniel Johnston ma con tutti i neuroni ancora ben funzionanti. Di band, ovviamente, neanche a parlarne: multistrumentista, Miller ha sempre inciso tutto lui (basso, chitarra, batteria, tastiere e quant’altro). Solo di recente Bored Nothing si è trasformato in un gruppo, anche se composto non da musicisti di professione ma da amici. Lo spirito grezzo e amatoriale, rigorosamente in bassa fedeltà, delle premesse è intatto in quest’omonimo LP di debutto, che riunisce appunto i frutti acerbi sinora dispensati a destra e a manca del prodigo ventenne Miller.
Chitarre fuzzose, arpeggi ipnotici, bassi post-punk, pattern ritmici elementari, voci manipolate e distanti: c’è qui tutto il repertorio consueto del cantautorato anti-spettacolare dei vari My Bloody Valentine, Pavement, Elliot Smith, senza però che la nostalgia soffochi tutto con il suo abbraccio mortale. Ci sono buone idee e melodie interessanti, infarcite di gioventù e cuori infranti. Bliss, ad esempio, con quel picking malinconico che si porta via una parte di te. O I wish you were dead, la folkie Get out of here, la più incalzante e “lovelessiana” Snacks. Just another maniac, scandita da un passo militaresco e dominata da iterazioni di sei corde, è un altro bell’esempio della povertà strutturale ed armonica che domina in tutti i pezzi, e soprattutto della capacità di Miller di “arrangiarsi” nel migliore dei modi con un’attrezzatura minima. Echo room vibra della tipica elettricità dimessa dei ’90, Dragville e Build a bridge (and then how about you get the fuck over it) ne simulano con successo pensosità e slanci. Con una scrittura delicata, mai sopra le righe, neppure autocompiaciuta.
Anche così, però, quattordici tracce sono troppe: smorzano un po’ l’efficacia e le suggestioni del songwriting, stendendo (soprattutto nella seconda parte) una patina di eccessiva omogeneità. Miller, però, ha Bliss dalla sua, che non è poco: è da lì che deve ripartire, per poi lasciarsi subito tutto alle spalle e puntare verso nuovi lidi. Del resto, gli anni ’90 sono passati da un pezzo…
