Rob Zombie è uno da “serie b” – anzi, da “serie z”. Non perché non sia bravo e degno di stare ai piani alti, ma perché fa cose che alla critica (snob per definizione) non sono mai piaciute e non piaceranno mai. Tanto per cominciare, per via dell’ironia – anche e soprattutto auto-rivolta – che permea tutte le sue produzioni, dalla musica al cinema appunto. E poi per la facilità con cui il suo sguardo post-moderno coglie il nocciolo delle questioni che ha dinanzi, troppo spesso scambiata per superficialità semplicemente perché riufiuta cattedratici giri di parole.
La casa dei 1000 corpi (2003), il suo primo film da regista, offre a queste disquisizioni un buon appiglio. Dura 90 minuti circa, è brutale, efferato, parossistico, ma anche, a modo suo, raffinato, imprevedibile, intelligente. La storia è scontata, volutamente: un gruppetto di amici che scorrazza per la periferia della provincia americana, luogo popolato da burini sadici e stravaganti, come da consuetudine a-morale e a-storico (siamo nel 1977, ma, tranne che per gli abiti e le auto, poteva essere anche un decennio prima o dopo). I nostri ovviamente finiscono malissimo, ma noi nel frattempo ci facciamo delle gran risate senza che venga meno lo spavento – il che è assai meno scontato. In questo senso, La casa dei 1000 corpi si riallaccia alla tradizione dell’horror americano dei ’70, versante Non aprite quella porta: è questo il vero sequel della pellicola di Tobe Hooper, non i molteplici tentativi effettuati dal 2003 ad oggi dai vari Marcus Nispel, Jonathan Liebesman e John Luessenhop (autore del recentissimo Non aprite quella porta 3D). Zombie mostra una conoscenza enciclopedica dei topos della narrazione orrorifica e, soprattutto, una discreta padronanza del linguaggio filmico. Montaggio e manipolazioni cromatiche strizzano l’occhio all’estetica da videoclip (trash), ma senza eccedere, ovvero senza perdere di vista il senso dell’opportunità e il gusto del racconto. Che è anche, inevitabilmente, omaggio, ma senza la soffocante deferenza che ci si potrebbe aspettare da un novellino della macchina da presa.
La casa dei 1000 corpi è imperniato su un crescendo delirante. Le due coppie di protagonisti, Bill e Mary, Jerry e Denise, vengono fatti prima ostaggio poi a pezzi da una famiglia di maniaci squilibrati in un’atmosfera a metà tra il luna park perverso e il fumetto (l’altra professione di Zombie). Ma quando un film che ha un cattivo che si chiama “dottor Satana” riesce a farti venire i brividi, allora vuol dire che è una cosa seria, non lo scherzo di un dilettante. Se ne sono accorti in pochi, però – il pubblico sicuramente, tanto da decretare il successo della carriera cinematografica di Zombie (negli ultimi dieci anni, due dischi e sei film per lui). La serie A, però, con un po’ di fortuna, dovrebbe essere irraggiungibile.
