Non sono più gli Strokes di una volta. Dal garage al loft, dalle chitarre al pop, dalla new-wave intellettuale alla disco ultra-kitsch. A pensarci bene, il dandysmo elettrico del debutto Is this it, notevole testimonianza della fase acuta delle febbre revivalista degli anni Zero, conteneva già i germi del barocchismo sfacciato del successivo First impressions of Earth e del pop “bastardo” e retro-moderno di Phrazes for the young, il primo LP solista di Julian Casablancas. Bastava ascoltare con attenzione l’indolenza snob di una Last nite o il girotondo della stessa title-track per rendersene conto. Invece no, molti hanno preferito ingannarsi con l’immagine e l’attutidine da ribelli che la band ha abilmente sceneggiato per i media. Da qui, lo stupore (e la delusione) per una direzione artistica che, malgrado lampi occasionali, all’urgenza del rock ha anteposto via via l’autocompiacimento capriccioso di un pop aristocratico per nascita.
Casablancas: Comedown machine è roba sua, al cento per cento. Al di là dei credits e delle dichiarazioni alla stampa, le undici tracce sono impregnate del divismo appiccicoso del frontman, risentono moltissimo della sua scrittura obliqua, sagace, sardonica e intelligente. A conti fatti, l’abilità degli Strokes è sempre stata una: declinare in chiave subdolamente leggera e persino metafisica un sound del passato. E se per Is this it quel passato erano gli anni ’70, qui sono gli ’80, con il loro corredo di svenevolezze soul, disco e synth-pop. Nonostante l’intro chitarristica forsennata, Tap out è tutta da ballare: piace perché ha un refrain killer e soprattutto perché Casablancas per primo, con quel falsetto improbabile, mostra di non prendersi sul serio. Al tempo stesso, Hammond, Valensi, Fraiture e Moretti ci danno dentro e cesellano un groove impeccabile. One way trigger e 80s comedown machine puntano sulle solite contaminazioni “rinascimentali” (tipo Ask me anything): ed anche se la prima è più frizzante, rimane inalterato il retrogusto straniante, quasi astratto, dell’operazione. Slow animals è una ballad che affonda le sue radici nel soul; pure Partners in crime occhieggia alla Motown, ma in modo più frivolo, al pari della disco-funk di Welcome to Japan. Più prevedibili All the time (corredata da un video che è l’apoteosi della nostalgia) e 50/50, che recuperano un’ombra di garage-rock. La sorpresa, però, arriva alla fine, con Call it fate, call it karma, una meditazione imperturbabile condotta sul filo di Tom Waits (ma quasi rimanda all’ultimo Banhart) con aperture agli anni ’50 più romantici, roba da ballare “cheek to cheek” insomma.
Può essere una benedizione, Comedown machine, o un’insulsaggine irritante: in entrambi i casi, difficile da eguagliare. È questa, in effetti, la forza degli Strokes: che li amiate o li odiate, non passano inosservati. Di quante band, oggi, si può dire lo stesso?
