Depeche Mode un po’ claudicanti da Sounds of the universe (2009). Per carità, la classe è rimasta intatta, così come la padronanza degli archetipi del loro pop ultra-tecnologico, tuttavia l’insieme è divenuto, come dire, più grossolano. Anche in Delta machine sono salvi l’impatto e la spettacolarità delle partiture (due dei loro marchi di fabbrica), però le tredici tracce sono qualitativamente distanti dalle sorelle di Violator (1990) e Songs of faith and devotion (1993) cui Martin Gore s’è affrettato ad accostarle. È passata troppa acqua sotto i ponti, questa è la verità. Smarrita la lucidità febbrile di una Personal Jesus (irripetibile, mettevi l’anima in pace), la sua inquietudine subdola, ai tre non resta che puntare tutto su quei suoni “appariscenti” stile Playing the angel (in verità qui più addomesticati) per rivestire ballate e blues, con risultati assai diversi però, più alterni e dispersivi.
Va detto che Delta machine è nettamente migliore di Sounds of the universe (non che fosse difficile, in effetti). Non mancano infatti passaggi avvincenti. L’opener è proprio uno di questi, con un beat cupissimo a scandire il passo e un refrain orchestrale, in cui Gahan si muove con la consueta grinta. Secret to the end è un bell’esempio di electro solenne, melodrammatica: il tratto ossessivo è garantito dal call and response vocale tra Gahan e Gore. Persino meglio fa My little universe, un intarsio minimo e cronometrico di loop e riverberi digitali. Più fluttuante e sospesa The child inside (cantata da Gore), con quell’elettronica lieve e un passo di valzer decisamente suggestivi. Soft touch/raw nerve, dal canto suo, aumenta i bpm e cesella un bel numero a base di nevrosi post-Nine Inch Nails.
Buona anche Heaven, prototipo della loro ballad sofferta ed atmosferica. Più scontate Angel (una predica invasata stile Nick Cave), Soothe my soul, Slow (nomen omen) e Goodbye, che puntano sul consueto mix di sudiciume industriale e blues del Delta ma suonano artificiose, manierate. Stesso discorso per le oscure Broken, Should be higher ed Alone: dovrebbero, più che volare, immergerci in chissà che antri tenebrosi dell’animo umano, e invece suonano come decorativi d’alta classe.
Delta machine è insomma un lavoro di buona fattura in cui, però, l’inappuntabilità della costruzione, la sagacia delle ritmiche e dell’interpretazione, si scontrano con l’evidenza di un songwriting meno brillante ed incisivo che in passato, più preoccupato di apparire e di emozionare che non di emozionarsi. È questo il suo cruccio e quello degli ultimi Depeche Mode: mostrare tutti i muscoli meno quello che dovrebbe, il cuore…
