Adam e le eccezioni. In primis, un sistema solare, quello in cui vive, composto da due pianeti gemelli che orbitano intorno allo stesso sole. Le leggi vogliono che gli abitanti dei due pianeti non possano “mischiarsi” – tanto quelle degli uomini che della natura, giacché la gravità di ogni mondo attrae sempre a sé i suoi figli. Ciascuno a casa propria, insomma: gli abitanti del “Mondo di Sotto” nel loro scenario degradato e squallido, quelli del “Mondo di Sopra” nelle loro belle città, fatte di grattacieli lindi e locali con sale da ballo. E questo ci porta alla seconda delle eccezioni intorno a cui ruota Upside down di Juan Diego Solanas: l’amore, quello che lega il “meridionale” Adam con la “settentrionale” Eden (occhio al nome). I due si conoscono da bambini: divenuti ragazzi, la cotta diventa passione, ma le forze dell’ordine subodorano la tresca e ci danno un taglio. Adam è ferito, la casa della zia bruciata e lei fatta sparire nel nulla (il giovane è orfano di genitori); soprattutto, Eden precipita su una rupe. Sembra morta. Sembra: perché poi, dieci anni dopo, Adam la vede in tv. Lavora nella Trans World, una torre enorme eretta a mo’ di ponte tra i due mondi, in cui ha sede una corporation che sfrutta il “Mondo di Sotto” depredandolo del petrolio e rivendendogli elettricità. Adam si fa assumere, ma quando arriva a parlare con Eden scopre l’amara verità: la ragazza, in seguito al trauma dell’incidente, non ricorda più nulla, neppure lui.
Adam, però, non demorde, e tra mille pericoli prende a frequentare la sua Eden: del resto, quando hai trovato il paradiso è impossibile rinunciarci. Solanas, insomma, mette un bel po’ di carne al fuoco: geopolitica, fiaba (Adam apprende dalla zia il potere delle misteriose api viola, le uniche in grado di svincolarsi dalla gravità), melodramma (Romeo e Giulietta in primis), film romantico ed action-movie. Il mix, però, è prevedibile e zuccheroso. Il regista spreca una buona idea iniziale: annega il tratto più marcatamente politico della storia, punta sulla vicenda sentimentale e, ancor di più, sugli effetti visivi: paesaggi tempestosi, acrobazie a testa in giù e la fotografia blu livido (con tanto di luci estatiche quando Adam ed Eden si riscoprono innamorati), alla lunga si rivelano solo un banale giochino milionario.
Jim Sturgess nei panni di Adam fa il suo: si strugge, si affanna, ma il copione non l’aiuta. E ancor meno aiuta Kirsten Dunst: la sua Eden è inconsistente, sta lì solo per giustificare le peripezie del suo lui, nulla più. La morale è scontata: l’amore può vincere ogni ostacolo (gravità compresa) ed elevare alla beatitudine. Ma c’era bisogno di Upside down per scoprirlo? Probabilmente no.
