Hurts – Exile

Il fascino (?) dell'”arena rock” ha colpito anche gli Hurts – purtroppo. Con Happiness (2010), Theo Hutchcraft e Adam Anderson erano riusciti a fare della loro nostalgia (già la copertina ammiccava a Pet Shop Boys e Bros) un manufatto prezioso, arricchito dalle tinte rossastre di un cuore perennemente infranto. Exile, invece, è più grandioso, oscuro, imponente: cerca l’impatto dei Depeche Mode di Violator e degli ultimi Coldplay, raccatta un po’ di Muse, confonde le acque con passaggi à la Nine Inch Nails. Non è un’operazione lucidissima, perché qua e là affiora l’impressione che il contenitore sia di gran lunga più gustoso del contenuto, però denota ambizione e qualche bersaglio lo centra. Only you, ad esempio, ha dei beat trascinanti e un bel passo danzereccio; più “cattive” The road e Cupid, distorte, minacciose e sensuali il giusto – senza cioè scadere nella parodia involontaria –, mentre Help s’inventa un bel crescendo corale a tempo di valzer. Sono questi i brani in cui sembra delinearsi, per il duo, una nuova direzione stilistica, lontana insomma dalle varie Wonderful life e Blood tears and gold, gli highlight di Happiness.

Altrove – ecco il cruccio maggiore – l’ispirazione sembra però decisamente di seconda mano: Exile scimmiotta Matt Bellamy, Miracle è puro Mylo xyloto, The crow ha diverse assonanze con Wicked game di Chris Isaak e The rope sa di Enjoy the silence lontano un miglio. Plagi non sono, semmai rielaborazioni, a tratti persino interessanti: perseguono il brivido della mescolanza e della grandeur, cercano di porsi come cose “adulte” (perché, un dance-pop fatto bene è roba da “piccoli”?), però sembrano sempre troppo impacciate, un po’ goffe, persino stucchevoli grazie al prevedibile romanticismo dei testi. Di Sandman, invece, infastidisce l’intento scopertamente commerciale (le cadenze r’n’b sembrano rubate a Rihanna). Meglio, nel mezzo, Somebody to die for, che sarebbe stata anche più intrigante avesse scelto una vita meno enfatica. Ma tant’è: il fascino dell’arena rock.

Che sia più forte persino del cuore? Difficile da stabilire. Gli Hurts, oggi, sembrano più che mai ad un bivio: puntare su un tratto personale o finire nel mare indistinto delle produzioni mainstream, impegnati in una perenne ricorsa al sound più grosso, potente, esplosivo (e alla moda). L’impressione, in effetti, è che abbiano già scelto…

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